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Il motivo della lontananza, dall’elegia classica alla poesia altomedievale: il caso di Venanzio Fortunato 

 Abstract 


Il presente contributo esamina la ricezione, la persistenza e la risemantizzazione del topos della lontananza e dell’absentia nel passaggio dall’elegia augustea alla poesia cristiana altomedievale. L’indagine si concentra sulla produzione di Venanzio Fortunato e, in particolare, sul carm. 3.16 indirizzato all’amico Ilario. Lo studio evidenzia come l’autore recuperi intenzionalmente il vocabolario, le strutture metrico-formali e gli stilemi patetici del codice erotico latino, e li spogli di ogni componente sensuale; i nuclei tematici del lamento elegiaco subiscono, così, una riconversione radicale e si trasformano negli strumenti espressivi di un honestus amor che si inserisce nell’orizzonte etico e spirituale cristiano. La transizione dal genere amoroso alla corrispondenza amicale permette a Fortunato di sfruttare la parola poetica e la flessibilità del genere epistolare come espedienti retorici: la distanza fisica viene aggirata e l’esperienza dell’assenza si tramuta in una dimensione di perenne presenza interiore.  


This paper examines the reception, persistence, and semantic reshaping of the topos of distance and absentia in the transition from Augustan elegy to Early Medieval Christian poetry. Focusing on the poetry of Venantius Fortunatus – and specifically on carm. 3.16, addressed to his friend Hilarius – the study demonstrates how the author intentionally draws upon the vocabulary, metrical structures, and emotional register of the Latin amatory code, stripping them of any sensual undertones. The core thematic elements of the elegiac complaint thus undergo a radical transformation, becoming the means of expression for an honestus amor rooted in a Christian ethical and spiritual framework. By shifting from love poetry to friendly correspondence, Fortunatus uses poetic language and the flexibility of the epistolary genre as rhetorical tools: physical distance is transcended, and the experience of absence is converted into a state of enduring inner presence.  

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