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Orizzonti – dossier – n.11

 Abstract 

Il contributo prende in esame due aspetti dell’Iliona di Pacuvio, che – come è noto – si distingue per la sua trama innovativa, incentrata sul conflitto emotivo della protagonista, che deve affrontare il dolore per la morte del figlio Deifilo, da lei stessa scambiato con il fratello Polidoro e in conseguenza di ciò assassinato da Polimestore al posto di questo. La prima parte del lavoro riguarda la celebre scena dell’apparizione dell’ombra di Deifilo a sua madre. Dalla lettura integrata di alcune delle sue numerose testimonianze è possibile ricavare indicazioni di carattere performativo; tra queste, la presenza in scena di Iliona dormiente sin dall’inizio della rappresentazione sembra indubbia. Nella seconda parte del contributo è poi indagata la rilevanza culturale della tragedia pacuviana, che potrebbe avere influenzato Virgilio in maniera significativa, non solo nel contesto dell’episodio di Polidoro. Il personaggio di Iliona, infatti, è citato nell’Eneide in relazione a uno scettro, simbolo del potere di Troia, che probabilmente costituiva uno dei pignora imperii Romani e che era presente anche nel dramma pacuviano. Numerosi indizi inducono a ritenere l’Iliona, tragedia in cui la protagonista femminile sacrifica il proprio figlio per dare continuità al sangue troiano, un capitolo importante della reinterpretazione romana del mito troiano.

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Il contributo prende in esame alcune varianti del mito di Enea, nelle quali l’eroe agisce come un traditore della sua città oppure abbandona Troia prima della sua caduta o, viceversa, è protagonista dell’espansione troiana verso occidente dopo la vittoria nella guerra contro gli Achei. In particolare, gli echi di queste varianti sono esplorati nell’Eneide di Virgilio e nel cosiddetto Discorso troiano del retore Dione di Prusa.

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Orchestrate come lettere scritte da personaggi femminili della mitologia ai loro partner, le Heroides di Ovidio combinano la voce (maschile) del poeta con quella (femminile) delle personae fittizie, producendo così un discorso polifonico, ambiguo e stratificato. Mentre la fusione di generi letterari (tra cui elegia, tragedia ed epistolografia) rende le Heroides un esempio evidente della tecnica intergenerica di Ovidio, la prospettiva in qualche modo femminile – spesso non normativa e non allineata – delle epistole può offrire una nuova visione su versioni consolidate del mito. La sovrapposizione di schemi elegiaci ed epici nella lettera di Penelope (Epist. 1), il gioco ironico di Fedra con il suo passato euripideo (Epist. 4) e i riferimenti di Didone alla possibilità di essere incinta di un figlio di Enea (Epist. 7) sono tutti esempi di come le eroine reinterpretano e, in certa misura, sfidano la tradizione mitologica. Sviluppando la fortunata osservazione di Barchiesi (1987) riguardo alla capacità delle Heroides di aprire «nuove finestre» su esiti alternativi della trama mitologica tradizionale, questo articolo getta nuova luce sulla natura ironica della riscrittura delle eroine ovidiane, che fa confluire diverse narrazioni preesistenti.

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L’articolo prende in esame la funzione dei cataloghi epici come strumenti di mitopoiesi, concentrandosi sulle Metamorfosi di Ovidio e l’Hylas di Draconzio. Lungi dal rappresentare meri elenchi, i cataloghi si dimostrano strumenti narrativi che consentono al poeta di sperimentare con la tradizione mitologica. Nell’episodio ovidiano della caccia al cinghiale di Calidonia (Met. 8), l’esteso catalogo di eroi rappresenta un intervento consapevole sulle tradizioni epiche precedenti. Inserendo in posizioni chiave figure che hanno ruoli specifici nel mito epico, come Fenice, Acasto, Ceneo e Mopso, Ovidio si serve del catalogo per sottolineare la fluidità del mito e la sua apertura a riscritture autoriali. Il catalogo diviene quindi sede di dialogo intertestuale e di innovazione mitografica, e consente a Ovidio di esplorare, riorganizzare e anche correggere i suoi predecessori.

In età tardo-antica, Draconzio prosegue questa pratica mitopoietica nel suo Hylas, dove un catalogo delle trasformazioni di Giove – adattato dall’arazzo di Aracne di Ov. Met. 6 – è contenuto nel discorso di Venere a Cupido. Il riuso di materiale ovidiano sottolinea la persistente malleabilità del mito all’interno della struttura catalogica.

I cataloghi epici non sono strutture formali statiche, ma strumenti di creatività letteraria e di autorialità mitica attraverso i quali i poeti affermano la propria autorità, negoziano la tradizione, si fanno parte attiva nella continua costruzione della memoria culturale.

 Abstract 

Attraverso la dettagliata analisi intertestuale di una piccola sezione degli Argonautica, il contributo si propone di approfondire le modalità con cui Valerio Flacco riscrive gli Argonautica di Apollonio Rodio manifestando la consapevolezza dell’enorme influenza che Apollonio aveva esercitato sull’Eneide di Virgilio. Si ipotizza che Valerio Flacco considerasse l’Eneide un poema profondamente argonautico e vedesse in Enea e nei Troiani una nuova versione di Giasone e degli Argonauti. In che modo, quindi, Valerio ha imitato sia Apollonio, sia l’Eneide, che considerava una variazione sul mito di Argo?

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