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Orizzonti – dossier – n.11

 Abstract 

Nessuna fonte antica testimonia un incontro tra Circe e Dedalo: esattamente questo è quello che immagina Madeline Miller nel suo secondo romanzo, Circe (2018). Non è impensabile che l’aiuto di Circe sia stato richiesto a Creta negli stessi anni in cui vi operò Dedalo. Non si tratta, però, solo di una verosimiglianza cronologica, ma del riconoscimento di una “affinità elettiva” tra i due personaggi. Intrecciando sapientemente riferimenti intertestuali puntuali all’Odissea e all’Eneide, dove Circe viene chiamata daedala (Aen. 7, 282), Miller costruisce la relazione tra Dedalo e Circe in modo speculare a quella tra Circe e Odisseo e tra Penelope e Odisseo, dando così vita al “potenziale mitico” racchiuso nella iunctura virgiliana.

 Abstract 

Il presente contributo ha per oggetto alcune attività didattiche e di ricerca sperimentate da chi scrive all’Università IULM di Milano, incentrate sulle varianti del mito (in ambito specificamente teatrale), e si colloca nel quadro più ampio della collaborazione tra accademia e teatro e della cosiddetta “ricezione classica” in Italia. Nei casi di studio considerati, i testi classici sono messi a confronto sistematicamente con la loro tradizione: traduzioni, riscritture e adattamenti, antichi e moderni, ma anche allestimenti contemporanei, dove le storie e i personaggi antichi subiscono inevitabili metamorfosi. Il percorso si completa, quando possibile, affiancando allo studio teorico-critico dei testi la visione diretta di spettacoli classici (o loro registrazioni video) e la pratica scenica – con gli studenti – di scrittura drammaturgica individuale o collettiva, finalizzata alla performance sotto varie forme nei laboratori teatrali universitari: quelli dedicati rispettivamente alla Pace aristofanea e alle riscritture Medea e le sue sorelle e Dialoghi di Persei e Meduse hanno coinvolto nell’arco di più anni studenti, docenti e ricercatori afferenti a vari progetti dipartimentali e al corso di Arti e Drammaturgia del Mondo Classico.

 

La presenza del mito è uno degli elementi che maggiormente caratterizzano la produzione letteraria dell’antichità greco-romana: esso non solo fornisce gran parte del materiale narrativo ai suoi due generi più impegnati e influenti, l’epica e la tragedia, ma rappresenta anche un bacino inesauribile di riferimenti paradigmatici e forme di pensiero per molti altri generi, dalla lirica all’elegia, dalla storiografia all’oratoria e alla filosofia, per tacere dei riusi parodici in commedia, nella satira e nel romanzo. Tale pervasività del mito, che ne fa una sorta di codice universale del mondo antico, è al tempo stesso causa ed effetto della sua complessità: ciò che lo contraddistingue è infatti la sua natura dinamica, in virtù della quale esso non giunge mai a una forma univoca, ma è costantemente caratterizzato da ri-narrazioni, adattamenti, reinvenzioni, che dipendono dalla trasformazione dei contesti antropologici e socioculturali – si pensi al fenomeno della invention of tradition – ma anche dalle esigenze espressive dei diversi codici comunicativi e generi letterari. Come ha scritto Jean-Pierre Vernant, «il racconto mitico comporta sempre varianti, versioni multiple che il narratore trova a sua disposizione, che sceglie a seconda delle circostanze, del suo pubblico o delle sue preferenze personali, e dove lui stesso può sottrarre, aggiungere e modificare ciò che gli sembra necessario».

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 Abstract 

La pluralità di varianti caratterizza i miti greci sin dalle loro più antiche attestazioni. Di fronte a tale pluralità, l’erudizione antica ha spesso adottato una postura dossografica, mentre la filologia moderna ha cercato di porre ordine comparando i diversi testimoni al fine di riconoscerne le possibili fonti. I limiti della tradizionale Quellenforschung sono evidenti, eppure l’attenzione filologica alle fonti resta fondamentale per una comprensione adeguata della mitologia antica. Negli ultimi decenni l’attenzione si è spostata dalle possibili fonti perdute dei testimoni che trasmettono il mito all’attenta analisi filologica di tali testimoni. Al fine di mostrare i risultati che questo approccio può apportare, questo articolo prende in esame uno scolio ad Apollonio di Rodi (4, 1515) che riporta il racconto di Ferecide dell’uccisione di Medusa da parte di Perseo. Lo scolio esaminato non viene considerato come un frammento isolato ed estrapolato dal suo contesto, ma come una nota a un determinato passaggio delle Argonautiche, e questo permette di spiegare l’omissione da parte dello scoliasta dell’episodio di Andromeda. Inoltre, una riconsiderazione della complessa tradizione testuale degli scoli ad Apollonio di Rodi permette di attribuire a Ferecide l’uso di uno specchio da parte di Perseo.

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Il contributo indaga le rappresentazioni dell’atto devozionale di Alcesti mettendo a confronto alcune formalizzazioni del mito nello spazio culturale greco e latino. A partire da una rilettura di un frammento di Frinico, si propone di tornare a riflettere sul soggetto dell’azione di logoramento, tradizionalmente interpretato in relazione al finale eracleo del dramma di Euripide. Alla luce delle ulteriori varianti dello scioglimento, in Platone, nel Carmen de Alcestide e nell’iconografia funeraria, si osserva che è la situazione poetica della morte dell’eroina a essere connotata attraverso la semantica del “logorio”, mostrandosi come invariante del racconto mitico al di là del suo esito pessimistico o salvifico.

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L’articolo riflette su alcune modalità di narrazione letteraria di temi mitologici di ambiente latino o comunque adattati a esso. In particolare sono esaminati due racconti: quello di Evandro, che le fonti variamente vedono attivo in ambiente italico non soltanto come alleato di Enea nella guerra contro i Latini, ma anche come mediatore per la costruzione di un alfabeto latino, e quello di Cura, protagonista di un mito antropogonico che raccoglie una serie di motivi favolistici presenti in diverse culture.

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Il contributo prende in esame due aspetti dell’Iliona di Pacuvio, che – come è noto – si distingue per la sua trama innovativa, incentrata sul conflitto emotivo della protagonista, che deve affrontare il dolore per la morte del figlio Deifilo, da lei stessa scambiato con il fratello Polidoro e in conseguenza di ciò assassinato da Polimestore al posto di questo. La prima parte del lavoro riguarda la celebre scena dell’apparizione dell’ombra di Deifilo a sua madre. Dalla lettura integrata di alcune delle sue numerose testimonianze è possibile ricavare indicazioni di carattere performativo; tra queste, la presenza in scena di Iliona dormiente sin dall’inizio della rappresentazione sembra indubbia. Nella seconda parte del contributo è poi indagata la rilevanza culturale della tragedia pacuviana, che potrebbe avere influenzato Virgilio in maniera significativa, non solo nel contesto dell’episodio di Polidoro. Il personaggio di Iliona, infatti, è citato nell’Eneide in relazione a uno scettro, simbolo del potere di Troia, che probabilmente costituiva uno dei pignora imperii Romani e che era presente anche nel dramma pacuviano. Numerosi indizi inducono a ritenere l’Iliona, tragedia in cui la protagonista femminile sacrifica il proprio figlio per dare continuità al sangue troiano, un capitolo importante della reinterpretazione romana del mito troiano.

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Il contributo prende in esame alcune varianti del mito di Enea, nelle quali l’eroe agisce come un traditore della sua città oppure abbandona Troia prima della sua caduta o, viceversa, è protagonista dell’espansione troiana verso occidente dopo la vittoria nella guerra contro gli Achei. In particolare, gli echi di queste varianti sono esplorati nell’Eneide di Virgilio e nel cosiddetto Discorso troiano del retore Dione di Prusa.

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Orchestrate come lettere scritte da personaggi femminili della mitologia ai loro partner, le Heroides di Ovidio combinano la voce (maschile) del poeta con quella (femminile) delle personae fittizie, producendo così un discorso polifonico, ambiguo e stratificato. Mentre la fusione di generi letterari (tra cui elegia, tragedia ed epistolografia) rende le Heroides un esempio evidente della tecnica intergenerica di Ovidio, la prospettiva in qualche modo femminile – spesso non normativa e non allineata – delle epistole può offrire una nuova visione su versioni consolidate del mito. La sovrapposizione di schemi elegiaci ed epici nella lettera di Penelope (Epist. 1), il gioco ironico di Fedra con il suo passato euripideo (Epist. 4) e i riferimenti di Didone alla possibilità di essere incinta di un figlio di Enea (Epist. 7) sono tutti esempi di come le eroine reinterpretano e, in certa misura, sfidano la tradizione mitologica. Sviluppando la fortunata osservazione di Barchiesi (1987) riguardo alla capacità delle Heroides di aprire «nuove finestre» su esiti alternativi della trama mitologica tradizionale, questo articolo getta nuova luce sulla natura ironica della riscrittura delle eroine ovidiane, che fa confluire diverse narrazioni preesistenti.

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L’articolo prende in esame la funzione dei cataloghi epici come strumenti di mitopoiesi, concentrandosi sulle Metamorfosi di Ovidio e l’Hylas di Draconzio. Lungi dal rappresentare meri elenchi, i cataloghi si dimostrano strumenti narrativi che consentono al poeta di sperimentare con la tradizione mitologica. Nell’episodio ovidiano della caccia al cinghiale di Calidonia (Met. 8), l’esteso catalogo di eroi rappresenta un intervento consapevole sulle tradizioni epiche precedenti. Inserendo in posizioni chiave figure che hanno ruoli specifici nel mito epico, come Fenice, Acasto, Ceneo e Mopso, Ovidio si serve del catalogo per sottolineare la fluidità del mito e la sua apertura a riscritture autoriali. Il catalogo diviene quindi sede di dialogo intertestuale e di innovazione mitografica, e consente a Ovidio di esplorare, riorganizzare e anche correggere i suoi predecessori.

In età tardo-antica, Draconzio prosegue questa pratica mitopoietica nel suo Hylas, dove un catalogo delle trasformazioni di Giove – adattato dall’arazzo di Aracne di Ov. Met. 6 – è contenuto nel discorso di Venere a Cupido. Il riuso di materiale ovidiano sottolinea la persistente malleabilità del mito all’interno della struttura catalogica.

I cataloghi epici non sono strutture formali statiche, ma strumenti di creatività letteraria e di autorialità mitica attraverso i quali i poeti affermano la propria autorità, negoziano la tradizione, si fanno parte attiva nella continua costruzione della memoria culturale.

Interviste

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Apollo e Dafne ©️ Galleria Borghese / foto Luciano Romano; Portico ©️ Gabriella De Marco / foto Gabriella De Marco