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Qualche appunto in risposta a «Chi, cosa resisterà mai a tempestas e a vetustas?» Cic. Arat. fr.2 (N. Ciano)

This paper aims to be an addition to Dr Ciano’s reading of fr. 2 of Cicero’s Aratea. Cicero’s philosophical background will be the starting point for a satisfactory interpretation of tempestas, in the meaning of ἐκπύρωσις: the young Cicero would be here rejecting it, employing the same scenario of fire and stars that we will encounter, one century later, in Seneca’s works. Lucretius’ employment of the word tempestas with the meaning of ‘violent motion’ at the origin of the cosmos would validate this hypothesis further. Moreover, we shall discuss how the mundus and the insignia caeli that Cicero regards unshakeable are nothing but the divine power of the whole cosmos, according to the very Aristotelian-Stoic doctrine.

 

Questo contributo si propone di completare la lettura, offertaci dalla dott.ssa Ciano, del fr. 2 degli Aratea ciceroniani. Il retroterra filosofico di Cicerone è il punto di partenza per una convincente lettura di tempestas nel significato di ἐκπύρωσις, che il giovane Arpinate, avvalendosi di uno scenario igneo e sidereo adottato ad un secolo di distanza anche da Seneca, confuterebbe nei versi del fr.2. L’impiego lucreziano di tempestas in riferimento ad un moto violento e turbinoso all’origine del cosmo contribuisce ad avvalorare questa ipotesi. Inoltre, vedremo come quel mundus e quegli insignia caeli che Cicerone definisce qui indistruttibili altro non sono, secondo la più genuina dottrina Aristotelico-Stoica, che la forza divina motrice del cosmo intero.

 

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Chi, cosa resisterà mai a tempestas e a vetustas? Su Cic. Arat. fr. 2

This paper maintains the hypothesis that is mundus the enigmatic reference of the initial quem of Cic. Arat. fr. 2, 1; on the whole, it is worth the support of various philosophical witnesses related to the indestructibility of the world. Among them two loci of the same Cicero (Ac. 2, 119 and Nat. deor. 1, 100), that are useful to detect the first the Aristotelian matrix of the theory of the immortality of the world, the second the controversy with Lucretius on this issue.

 

Questo articolo sostiene l’ipotesi che sia mundus l’enigmatico referente del quem iniziale di Cic. Arat. fr. 2, 1; su tutto, giova il supporto di vari testimoni filosofici relativi all’indistruttibilità del mondo, tra i quali due luoghi dello stesso Cicerone (Ac. 2, 119 e Nat. deor. 1, 100), utili a rilevare il primo la matrice aristotelica della teoria dell’immortalità del mondo, il secondo la polemica con Lucrezio su questa tematica.

 

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A proposito della scena di riconoscimento tra Eeta e Medea nel Medus di Pacuvio. Osservazioni marginali

In response to M. J. Falcone’s article on the recognition scene between Medea and Aeetes in Pacuvius’ Medus, the present contribution shares some basic points: among these, the highlighting of the poet’s innovative and creative spirit in the myth treatment, compared with other sources which are handing it down (scil. Hyginus) and the placement of the recognition scene between Medea and Aeetes right after the one between Medea and Medus. Differently, the inserting of the recognition scene between Medea and Aeetes is proposed to happen before the scene of the latter’s ousting. Observations of mainly linguistic character are following; they are helpful to the contextualization of some fragments (attribution of senex to Aeetes in l. 238 R.3 and detection of Pacuvian dictio in inc. inc. trag. 189-92 R.3).

 

In risposta all’articolo di M. J. Falcone sulla scena di riconoscimento tra Medea ed Eeta nel Medus di Pacuvio, il presente contributo ne condivide i punti essenziali: tra questi, l’evidenziazione dello spirito di innovazione e di creatività del poeta nella trattazione del mito rispetto alle altre fonti che lo tramandano (scil. Igino) e la collocazione della scena di riconoscimento tra Medea ed Eeta successivamente a quella del riconoscimento tra Medea e Medo. Si propone, diversamente, l’inserimento della scena di riconoscimento tra Medea ed Eeta precedentemente a quella dello spodestamento di quest’ultimo. Seguono osservazioni di carattere per lo più linguistico, utili alla contestualizzazione di alcuni frammenti (attribuzione di senex ad Eeta al v. 238 R.3 e individuazione di dictio pacuviana in inc. inc. trag. 189-92 R.3).

 

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La scena di riconoscimento tra Eeta e Medea nel Medus di Pacuvio

Around a third of the fragments surely or most likely belonging to Pacuvius’ Medus seems to come from a recognition scene between Medea and her father Aeetes, which has probably to be placed at the end of the tragedy. An analysis of the formal features of the verses highlights the pathetic character of this scene. On the other hand, a reading of the fontes provides evidence to the attribution of the uncertain fragments and to the dramaturgic structure of the scene. Particularly Cic. Tusc. 3, 25-26 explains Aeetes’ attitude towards Medea: namely, he seems to be driven by the desiderium regni and his hope to recover the power.

 

Circa un terzo dei frammenti tràditi del Medus di Pacuvio o attribuiti con verisimiglianza a questo dramma sembrano provenire da una scena di riconoscimento tra Medea e suo padre Eeta, da collocare probabilmente sul finale della tragedia. L’analisi formale dei versi permette di valorizzare un certo patetismo della scena; l’esame dei fontes aiuta ad argomentare l’attribuzione dei frammenti incerti e fornisce indicazioni di carattere drammaturgico. È soprattutto da Cic. Tusc. 3, 25-26 che si ricavano osservazioni interessanti sull’atteggiamento di Eeta, mosso dal desiderium regni e dalla speranza di rientrarne in possesso.

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Il bilinguismo del fragmentum de idiomatibus casuum

This contribution aims at affording an occasion for considerations on the idiomata casuum textual genre, proceeding from the analysis of the pars graeca of the list preserved in the manuscript of Montecassino Paris, Bibliothèque Nationale latinus 7530. This is the only case known so far of an idiomata casuum list containing latin and greek lemmata, systematically collated. By examining the list, marks of subsequence and disconformity of the greek part come out: hereby some examples will be given, consisting in mechanical translations in greek of errors occurred in the latin text, or in differences from similar texts.

 

Il contributo si propone di offrire degli spunti di riflessione sulla tipologia degli idiomata casuum, a partire dall’analisi della pars graeca dell’elenco conservato nel manoscritto cassinese Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 7530. Questo è l’unico caso noto di lista di idiomata casuum a raccogliere lemmi latini e greci, sistematicamente raffrontati. Dall’esame dell’elenco emergono indizi di recenziorità e disomogeneità della parte greca rispetto a quella latina: se ne forniscono qui alcuni esempi, che consistono in traduzioni meccaniche di corruttele del testo latino, o in divergenze rispetto a testi paralleli.

 

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“Il lessico sintattico di Prisciano e la tradizione” “degli idiomata casuum*”

The books 17-18 of Priscian’s Ars grammatica constitute the first systematical exposition of syntax in Latin, whose theoretical presentation is complemented in the second half of book 18 by a Greek-Latin syntactical lexicon (the so-called Atticismi). This paper aims to investigate the eventual relationships between Priscian’s work and the Latin grammatical genre of idiomata casuum. Therefore, as regards the treatment of verbal and nominal constructions, the Atticismi and previous sections of the Ars Prisciani are compared with the lists of idiomata casuum collected by other late antique grammarians. Such comparative analysis concerns both the exposition of Latin syntax and the lexical translation of Greek terms in Latin and viceversa. This inquiry casts light on a series of differences between Priscian’s doctrine and that of other authors. It is therefore possible both to rule out that Priscian employed directly a list of idiomata and to suppose that he drew on a source common to all texts of that kind, which should have been related also to Arusianus Messius’ Exempla elocutionumThe appendix deals with the treatment of the syntagm dicto audiens in various collections of idiomata, representing a significant case study in the inquiry about the relationships among the various collections as well as about the textual problems their editors have to face.

 I libri XVII-XVIII dell’Ars grammatica di Prisciano costituiscono la prima trattazione sistematica della sintassi in ambito latino, la cui esposizione teorica è completata, nella seconda metà del libro XVIII, da un lessico sintattico greco-latino (o Atticismi). Scopo del presente contributo è indagare gli eventuali rapporti tra l’opera priscianea e la tradizione latina degli idiomata casuum. Si confronta pertanto il trattamento dei costrutti verbali e nominali negli Atticismi e in alcune precedenti sezioni dell’Ars con quello proprio delle raccolte di idiomata casuum di altri grammatici, sotto il profilo sia dell’esposizione della sintassi latina sia della resa lessicale di termini greci in latino e viceversa. Dall’analisi così condotta emerge una serie di divergenze tra l’insegnamento di Prisciano e di altri autori, che consente sia di escludere che lo stesso Prisciano si sia servito direttamente di una lista di idiomata, sia di avanzare l’ipotesi che egli dipenda da una fonte comune a questi testi, connessa anche agli Exempla elocutionum di Arusiano Messio. In appendice si discute del trattamento del sintagma dicto audiens in più liste di idiomata, un caso particolarmente significativo nello studio dei rapporti tra le diverse raccolte e dei problemi di costituzione del testo che alcune di esse pongono.

 

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In margine alla glossa AU 301 del Liber glossarum*

After some remarks on marginal signs of Liber glossarum, it is dealt with textual problems reserved by gloss AU 301 Auratis cornibus: querquos (?) dixit aura plenos, id est rorulentos where it comes into view an embarassing querquos dixit, without correspondence in the source, in Schol. Bern. ad G. 1, 217. If we consider that this voice appears identical – however without the uncertain reference to the oaks – in the previous AU 300,we think about an accidental corruption happened during the first part of making and transmission of the Liber, supposing, as a consequence, that identity with the first term of lemma could have encouraged the scribe to write in AU 301 the same text of the previous gloss. Supposing that this hypothesis is true and thanks to comparisons offered by other glossaries, a quite likely reconstruction may well be suggested about the original text situation.

 

Dopo qualche osservazione in merito agli indicoli del Liber glossarum, si affrontano i problemi testuali che riserva la glossa AU 301 Auratis cornibus: querquos (?) dixit aura plenos, id est rorulentos, dove compare un imbarazzante querquos dixit, senza riscontro nella fonte, in Schol. Bern. ad G. 1, 217. Se consideriamo che la voce si ritrova identica – ma senza l’incerto riferimento alle querce – nella precedente AU 300, si pensa ad un guasto accidentale avvenuto nella prima fase di allestimento e trasmissione del Liber, ipotizzando che l’identità con il primo termine del lemma abbia spinto il copista a scrivere in AU 301 il testo della glossa precedente. Partendo da questa lettura, e grazie al conforto di altri glossari, è possibile avanzare una ricostruzione, abbastanza probabile, della situazione testuale originaria.

 

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Note critiche e filologiche ad alcune glosse virgiliane tramandate nel Liber glossarum∗

New conjectures for some Virgilian glosses conserved in the Liber Glossarum with a corrupted text (AM 284, AM 27, AV 433) are proposed, by means of the detection of loci paralleli in the Virgilian scholiography known so far. An exegetical misunderstanding ad Georg. 1, 217, auratis cornibus (AV 300 e AV 301) is lastly found out.

  

Si propongono nuove congetture per alcune glosse virgiliane conservate nel Liber glossarum in forma palesemente corrotta (AM 284, AM 27, AV 433), tramite l’individuazione di luoghi paralleli nella scoliografia virgiliana a nostra conoscenza. Si scopre inoltre un fraintendimento nell’esegesi ad Georg. 1, 217, auratis cornibus (AV 300 e AV 301).

 

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“Ruminare” il passato: osservazioni sul lessico

The importance of preserving a thoughtful memory of the past is patent in Varro’s antiquarian survey, as can be easily seen not only from the dismembered leavings of Varro’s works, but also from quotations of Varro’s statements in authors like Pliny the Elder. To explain the process of learning ancient history in a proper way, Varro probably employed the metaphor of ruminating: the best way to keep the knowledge of the past alive is to ‘ruminate’ it. However, the right interpretation of the verb ruminor is quite difficult. Due to the fragmentary and corrupt survival of the majority of the occurrences, it is not easy to determine whether ruminor corresponds to the only action of retaining something branded in our minds, or it conveys also the idea of reciting something by heart. In addition to this, sometimes are uncertain the very context, the genre and even the title (as for the loghistoricus Catus or Cato) of the works whence come the occurrences of the verb. Therefore, in this short essay I am trying to discuss some controversial aspects of our sources for the meaning of ruminor.

 

Mantenere vivo il ricordo del passato è un elemento di fondamentale importanza nella ricerca erudita di Varrone, come si può vedere, oltre che dagli sparsi resti della sua produzione, dalle riprese di posizioni varroniane in autori come Plinio il Vecchio. È probabile che Varrone, per indicare il processo di assimilazione della memoria storica, ricorresse alla metafora del ruminare: solo “ruminando” il passato se ne acquisisce una vera padronanza. Tuttavia, interpretare il valore esatto del verbo ruminor nelle sue varie attestazioni non è agevole. Lo stato frammentario o corrotto delle testimonianze rende infatti difficile definire se ruminor, in Varrone e in generale nella cultura romana, indicasse l’atto di ripetere un concetto solo mentalmente o se esprimesse anche una sfumatura “orale” (ripetere a voce). Inoltre, spesso sono controversi il contesto, la natura e perfino il titolo (come nel caso del logistorico Catus o Cato) delle opere da cui provengono le occorrenze del verbo ruminor. In questo breve contributo cerco appunto di mostrare alcune delle aporie poste dal materiale, a volte ambiguo, in nostro possesso.

 

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Memoria e sapientia: meccanismi e crisi della memoria in Varrone

By reconsidering the vocabulary of remembering explored in De lingua Latina, the paper aims to point out Varro’s concept of memory: its functioning and its function. According to him, memoria is a manimoria, which remains alive in human mind and transmits knowledge (manet/monet). Together, I examine, through the cognitive metaphor of ‘eating’ and especially of ‘ruminating’, the link between repetition and education. The examples taken from Roman Republican culture, from Quintilian, Philo and Church Fathers show that repeating (‘ruminating’) is the means for acquiring and passing down knowledge. I focus then on the employ of the reflexive ruminari (‘to repeat aloud to someone’). Comparing its use to the chapter devoted to memory in Augustine’s Confessiones, I attempt to reconstruct the distinction, probably made up by Varro, between ‘memory’ and simple ‘repetition’: ‘rumination’ is useful for remembering, but it is not productive memory. As it appears in the fragments of Menippeae, this type of repetition can be mocked in contexts where tradition is considered useless. By this reflection Varro probably wanted to denounce contemporary cultural crisis and the devaluation of traditional upbringing practices. Some evidence will be given to support my suggestion that this discussion about the transmission of memory was originally made in Antiquitates, in order to introduce this work as a monumentum¸ a storage of productive memory for Romans

 

Sulla base del riesame del lessico del ricordo analizzato nel De lingua Latina, l’articolo tenta di mettere in luce il funzionamento e la funzione della memoria secondo Varrone: la “manimoria”, rimanendo viva nella mens, trasmette il sapere (manet-monet). In parallelo, si considera il rapporto tra ripetizione mnemonica ed educazione a partire dalla metafora cognitiva del nutrimento, in particolare del ‘ruminare’. Gli esempi, tratti dalla cultura romana repubblicana, da Quintiliano, da Filone Alessandrino e dai Padri della Chiesa, mostrano che il ripetere (‘ruminare’) rappresenta lo strumento di acquisizione e trasmissione di sapientia. Si esaminano, poi, le occorrenze del riflessivo ruminari (‘ripetere ad alta voce a qualcuno’). Attraverso un confronto con il capitolo sulla memoria presente nelle Confessiones di Agostino, si tenta di ricostruire la distinzione tra ‘ricordo’ e semplice ‘ripetizione’/‘ruminare’, verosimilmente riconducibile a Varrone: il ‘ruminari’ sarebbe funzionale, ma non equivalente alla memoria. Infatti, come emerge dal suo uso nelle Menippeae, la “ripetizione ruminante” è derisa in contesti in cui la tradizione è considerata inutile. Con tale riflessione il Reatino voleva forse denunciare la crisi culturale coeva e la svalutazione delle pratiche educative tradizionali. Alcuni indizi fanno ipotizzare che questa trattazione della memoria fosse originariamente esposta nelle Antiquitates, possibilmente per presentare l’opera come monumentum, come contenitore di memoria viva per i Romani

 

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