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Titubanti Testi – n.12

 Abstract 

Quali sono i pensieri e i sentimenti che accompagnano un visitatore allorquando questi si appresta ad entrare in un luogo simbolicamente carico di cultura, storia, memoria e proiezioni che non corrisponde all’idea che egli si era fatto? Il carme di Michele Coniata, autore bizantino vissuto a cavallo del XII e XIII secolo, descrive in modo esemplare questa esperienza. La città che egli visita non è una qualsiasi, ma Atene, cioè a dire il luogo che egli doveva recepire come il luogo d’origine di tutto: del pensiero, della letteratura e delle arti. Le sue aspettative sono ovviamente molto alte, come quelle di un innamorato colpito dalle frecce di Eros. Ma l’Atene attuale lo delude fortemente: il contrario sarebbe impossibile. L’epigramma meriterebbe pertanto una discussione dal punto di vista dei tourism studies. La proposta fatta dal bizantinista Ugo Mondini è stata accolta per la sezione “Titubanti Testi” dal francesista Francesco Paolo Alexandre Madonia. I due contributi affrontano il testo in modo brillante da due prospettive molto diverse tra di loro. Mondini centra in pieno il nodo della questione e lo inquadra nel contesto storico in cui il testo venne concepito, mentre Madonia mobilizza un’ermeneutica lacaniana diretta a svelare con grande finezza la complessa trama che il carme nasconde.

 Abstract 

Quando pensiamo alla tragedia greca rivolgiamo istintivamente l’attenzione ai valori astratti che in essa vengono discussi e rappresentati come l’amore, la guerra, la comunità, la religione. In particolare, il dramma discusso dallo scrittore Stefano Raimondi e dalla grecista Marta Lietti, Antigone di Sofocle, ha da sempre attirato le riflessioni dei filosofi: di Hegel, Nietzsche e, più recentemente, di Judith Butler e Bonnie Honig. Questa tragedia ha finito per rappresentare, per così dire, l’essenza stessa del tragico. I due autori delle pagine che seguono muovono invece il loro sguardo dai concetti astratti, così ampiamente discussi e dibattuti, sulla concretezza dei corpi di Antigone e degli altri personaggi. Il loro sguardo acuto ci aiuta pertanto a cogliere aspetti di questo testo così noto eppure sempre originalissimo, come è, probabilmente, ogni tragedia greca. Qui lo sguardo, il sangue, l’andatura e persino la postura del corpo diventano protagonisti di due analisi, che pur divergendo nell’approccio, si dipanano inaspettatamente su di un percorso concettuale analogo. 

 Abstract 

Nel passo di Ambrogio dal quale si dipanano le considerazioni di Daniele Di Rienzo, che lo ha proposto, e di Rita Marchese, viene messa al centro una forma di lutto familiare che si tende a considerare secondario rispetto a quello vissuto dai figli per i genitori, dai genitori per i figli o per la sposa o lo sposo. Eppure, il vescovo milanese riesce nella sua orazione non solo a fare vibrare emozioni potenti ma anche a dispiegare una serie di riferimenti al quadro culturale romano e, più specificatamente, cristiano. Rita Marchese, che ha accolto la proposta di Daniele di Rienzo, insiste sul ruolo assolutamente centrale della relazione tra fratelli nella cultura romana facendola dialogare, su di un piano metodologico, con la psicanalisi, accostamento che apre lo sguardo su possibili implicazioni profonde per entrambi i campi. Daniele Di Rienzo legge il passo di Ambrogio all’interno del contesto cristiano tardoantico ma anche dell’esperienza personale dell’autore, mettendo così in evidenza il rapporto strettissimo tra discorso sul lutto e autobiografia. Due letture del passo, quindi, che pur provenendo da approcci differenti, si completano mirabilmente a tutto profitto dei lettori. 

Interviste

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Colophon

rivista annuale
anno 12
numero 12
anno 2026

Editore
G.B. Palumbo e C. S.p.A.

Direttori
Giusto Picone
Valeria Viparelli


Copertina

Apollo e Dafne ©️ Galleria Borghese / foto Luciano Romano; Portico ©️ Gabriella De Marco / foto Gabriella De Marco