Riflessioni sul “De beneficiis” di Seneca: per una pragmatica del dono
Nel De beneficiis di Seneca l’ingratitudine è interpretata come fenomeno alla base della stasi del bene facere e del decadimento della società in generale, ma essa è anche spia della logica utilitaristica sottesa alla pratica benefica. L’analisi pragmatica condotta su De ben. 7, 29, 1s. e 7, 32, 1 permette di evidenziare come il dans, abbandonando le disfunzionali strategie di comunicazione, abbia la possibilità di agire sul comportamento dell’accipiens. Il dans, a dispetto dell’ingratitudine dell’accipiens, è eticamente obbligato ad assolvere al suo ruolo elargendo nuovi benefici (pertinacia in dandum che è segno di bona voluntas) e grazie alla reiterazione del dono riesce a rendere grato l’accipiens e a dare avvio al meccanismo di reciprocità. L’abbandono della logica della computatio, che proviene dal concetto di bene ponere e che implica il binomio oppositivo damnum/lucrum, e l’adozione di un’idea non utilitaristica di beneficium, non è utile semplicemente alla realizzazione di entrambi gli attori, ma dà pragmaticamente inizio a un processo di “contagio di virtù” che ha il valore aggiunto di porre fine all’ingratitudine dell’accipiens.





