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ClassicoContemporaneo.eu
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L’editio princeps del De verborum significatione di Festo:
per una collocazione stemmatica 

 Abstract 

L’articolo ripercorre la storia degli studi sull’editio princeps del De verborum significatione, riassumendo in particolare la notizia della sua scoperta, i tentativi di interpretazione filologica del testo da essa tramandato e i suoi criteri di ordinamento delle glosse. Le conclusioni mostrano che essa merita a pieno diritto di essere inserita negli stemmi dell’opera come discendente del subarchetipo a, rivelando lo stesso ramo a come bifido e ricostruibile per il testo derivante dai fascicoli IX e XI-XVI di F e aggiungendo un testimone sicuro per il testo proveniente dai fascicoli VIII e X di F. Tutto ciò permette di riconsiderare molte lezioni singolari di W e di fissare il momento di copia di a al terminus ante quem del 1485.  

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Disce tu vindicare templa.
Ruoli e rappresentazioni dei sacerdotes publici nella declamazione latina 

 Abstract 

Il contributo analizza i ruoli e le rappresentazioni della figura del sacerdos nella declamazione latina, con particolare attenzione alle Declamationes minores e alla raccolta di excerpta attribuita a Calpurnio Flacco. Attraverso l’esame di alcuni casi esemplari, lo studio mostra come la figura sacerdotale venga costruita secondo configurazioni differenti e talora antitetiche: da un lato garante della religione, interprete della volontà divina e custode dell’equilibrio tra uomini e dèi; dall’altro personaggio corrotto o negligente, incapace di svolgere i propri officia sacra. L’analisi mette inoltre in luce come la declamazione latina costituisca uno spazio formativo in cui la religione diviene oggetto di elaborazione retorica e ideologica: gli scholastici imparano non solo a parlare dei sacerdoti, ma anche ad assumere la loro voce, riproducendone ethos, linguaggio e responsabilità civili e religiose. In questa prospettiva, la rappresentazione del sacerdos contribuisce a definire il ruolo della declamazione nella formazione della futura classe dirigente romana e nella trasmissione dei valori del mos maiorum.   

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Medea da virgo a virago: contaminazioni elegiache, epiche e tragiche in Ov. Trist. 3.9 

 Abstract 

Il contributo analizza l’elegia 3.9 dei Tristia di Ovidio come testo esplicativo della “retorica dell’esilio” del poeta, concentrandosi sulla riconfigurazione del personaggio di Medea, assassina di suo fratello Absirto. Attraverso un’indagine intertestuale, si mostra come Ovidio contamini modelli elegiaci, epici e tragici per costruire una figura radicalmente diversa dalla fanciulla innamorata o pentita per i delitti commessi presente in altre opere che la vedono protagonista. Nel carme esilico la Colchica diviene un personaggio quasi marziale, ferocemente consapevole delle proprie colpe, un’eroina fondatrice della barbarie di Tomi e un simbolo incarnato dell’efferatezza degli stranieri. Il passaggio da virgo a virago è letto come esito di una strategia poetica funzionale all’amplificazione dell’orrore dell’esilio, secondo i modi e le forme dell’arte allusiva tipica del dettato poetico ovidiano.  

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