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ClassicoContemporaneo.eu
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Autore: Vincenzo Patricolo (a cura di)

Ambrogio, de excessu fratris 1.8 

 Abstract 

Nel passo di Ambrogio dal quale si dipanano le considerazioni di Daniele Di Rienzo, che lo ha proposto, e di Rita Marchese, viene messa al centro una forma di lutto familiare che si tende a considerare secondario rispetto a quello vissuto dai figli per i genitori, dai genitori per i figli o per la sposa o lo sposo. Eppure, il vescovo milanese riesce nella sua orazione non solo a fare vibrare emozioni potenti ma anche a dispiegare una serie di riferimenti al quadro culturale romano e, più specificatamente, cristiano. Rita Marchese, che ha accolto la proposta di Daniele di Rienzo, insiste sul ruolo assolutamente centrale della relazione tra fratelli nella cultura romana facendola dialogare, su di un piano metodologico, con la psicanalisi, accostamento che apre lo sguardo su possibili implicazioni profonde per entrambi i campi. Daniele Di Rienzo legge il passo di Ambrogio all’interno del contesto cristiano tardoantico ma anche dell’esperienza personale dell’autore, mettendo così in evidenza il rapporto strettissimo tra discorso sul lutto e autobiografia. Due letture del passo, quindi, che pur provenendo da approcci differenti, si completano mirabilmente a tutto profitto dei lettori. 

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Diventare pietra. Una rilettura delle litomorfosi ovidiane attraverso gli scritti di Italo Calvino

 Abstract 

Le trasformazioni in/da pietra che ricorrono nelle Metamorfosi di Ovidio presentano l’elemento litico come carico di significato: la pietra, configurandosi come ponte tra gli esseri viventi e la materia inorganica, è una figura liminale che rappresenta quella “contiguità universale”, in cui lo scrittore Italo Calvino riconosce la vera essenza del poema augusteo. Attraverso un approccio comparatistico che mette in dialogo gli episodi ovidiani con gli scritti di Calvino dedicati al mondo litico, questo contributo cerca di esplorare le multiformi sfaccettature della pietra, corpo materiale e strumento letterario, restituendole l’energia e vitalità che le vengono spesso negate. 

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L’oracolo di Delfi: considerazioni sulle procedure, i rischi e le modalità di consultazione

 Abstract 

In questa ricerca le procedure di consultazione dell’oracolo delfico sono state analizzate attraverso una tassonomia moderna, che ha indotto a interrogare le fonti antiche sulla base di parametri anche inconsueti, o perlomeno non suggeriti dalle fonti stesse. Ciò ha permesso di evidenziare ulteriormente tanto le lacune quanto la probabile discrezionalità di buona parte della nostra documentazione (in particolare letteraria), ma ha consentito anche di sollevare nuovi e originali spunti di problematizzazione delle azioni oracolari. 

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Andromaca esule a Butroto: l’alterità assente

 Abstract 

 La presente ricerca si propone di indagare, attraverso l’analisi lessicale e antropologica dei versi virgiliani e con particolare attenzione al contesto simbolico e culturale di Butroto, gli effetti dell’esilio e del lutto su Andromaca. Questo contributo esplora come, nell’esperienza di esilio, la persistenza della memoria possa fungere da forza di resistenza all’incontro con l’altro, inteso non solo come “altro da sé”, ma anche come “altro in sé”, impedendo processi di sintesi o trasformazione identitaria. 

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The Hunt: Diana, Atteone e i Motorpsycho nella galassia di Ovidio 

 Abstract 

L’articolo analizza un brano dei Motorpsycho, The Hunt (2021), come caso di ricezione ovidiana nella popular music contemporanea. Attraverso una lettura intertestuale e “diffrattiva”, il contributo mostra come il brano rielabori il mito di Diana e Atteone delle Metamorfosi (3.138-255), trasformando la punizione per lo sguardo proibito in una rappresentazione ciclica del desiderio. Nel testo dei Motorpsycho, infatti, i ruoli di cacciatore e preda si confondono continuamente: Diana non è più soltanto dea casta e vendicatrice, ma figura ambigua, insieme oggetto e agente di una sensualità ferina che coinvolge uomini e dèi in un processo di reciproca bestializzazione. Il saggio colloca questa riscrittura nella tradizione moderna della ricezione del mito, mostrando come l’immaginario ovidiano continui a espandersi in contesti apparentemente lontani dall’antichità classica. Parallelamente, il contributo evidenzia come la reinterpretazione dei Motorpsycho permetta di rileggere Ovidio stesso, riportando in superficie le ambiguità erotiche e voyeuristiche già presenti nel testo latino. 

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L’IA e l’insegnamento del latino a scuola. Un’intervista a ChatGPT sul futuro della didattica delle lingue antiche 

 Abstract 

Questo articolo è il frutto di un esperimento didattico condotto presso l’Università di Siena, in cui un docente e i suoi studenti hanno intervistato ChatGPT sul futuro dell’insegnamento del latino. L’obiettivo è verificare la fattibilità di una “alleanza dialogica” tra mente umana e intelligenza artificiale (IA). Dalle risposte dell’IA emerge la necessità di superare il modello nozionistico tradizionale a favore di una didattica del processo, laboratoriale e incentrata sullo sviluppo del giudizio critico. Ciononostante, i ricercatori evidenziano i limiti strutturali della macchina: il suo stile assertivo, asettico e polare rischia di appiattire il pensiero critico e di eliminare le sfumature linguistiche e concettuali. L’articolo conclude che l’IA non minaccia la scuola, ma impone un profondo ripensamento dei metodi di valutazione e apprendimento delle lingue classiche. 

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Forme di dislocazione. Testi classici e fotografia come dispositivi di mediazione critica 

 Abstract 


 In che modo i testi classici possono funzionare come dispositivi critici per riflettere sulle migrazioni e le forme contemporanee di dislocazione? Attraverso la lettura di Lucrezio, Virgilio, Ovidio e Seneca, e l’impiego di strumenti visuali come la photo-elicitation e il photovoice, il progetto, svolto presso il Liceo classico “Umberto I” di Palermo, esplora le categorie di movimento, orientamento e smarrimento come dimensioni costitutive dell’esperienza umana. Si propone un approccio interdisciplinare che valorizza il disorientamento come soglia epistemologica e generativa. 

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Vuoti di umanità. Il portico nel paesaggio urbano contemporaneo. Un caso studio: l’Eur e il quadrante sud-ovest di Roma 

 Abstract 

 Gabriella De Marco prosegue le sue riflessioni sulla città contemporanea e i suoi rapporti con l’Antico proponendo un contributo centrato sui “senza fissa dimora” nella società contemporanea. Spunto è, ancora una volta, il pensiero del filosofo francese Paul Ricoeur e le sue considerazioni sulla città come spazio abitabile dove s’intrecciano storie di vita. 
L’autrice, dunque, concentra la sua attenzione su una particolare tipologia di spazio qual è quella del portico che diviene abitazione per quella parte di umanità definita un tempo come clochard. 
Lo studio, tuttavia, è costruito sul punto di vista della storia dell’arte, e può ritenersi un caso studio centrato sull’Eur e sul quadrante sud-ovest di Roma. In particolare, sulla porzione compresa tra il MUCIV – Museo delle Civiltà, Il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi di Adalberto Libera e il Palazzo, oggi, della Civiltà del Lavoro. 
A chiusura del saggio, sebbene possa considerarsi, paradossalmente, come un’apertura verso riflessioni sul metodo, la citazione da una frase di Carlo Ludovico Ragghianti sul fare storia e critica d’arte («Di quale storia dell’arte stiamo parlando? Fare Storia dell’arte è un concetto tutt’altro che pacifico»). 

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Tra Ovidio e Perrault, a proposito di un film: L’uomo di argilla di Anaïs Tellenne 

 Abstract 

 Il film, intitolato L’homme d’argille (Francia 2023), è stato presentato alla 80ma Mostra internazionale del Cinema di Venezia nel 2023, nella sezione «Orizzonti Extra», ed è comparso in programmazione sui nostri schermi, anche televisivi, nel 2025, doppiato in italiano: io l’ho visto a Venezia, e ne ho subito apprezzato diversi aspetti, che spero di riuscire a descrivere in una rapida sintesi. 

La sceneggiatura, a firma della stessa giovane regista, Anaïs Tellenne, e dell’attore Raphaël Thiéry, straordinario protagonista del film, narra di Raphaël, un uomo dal corpo massiccio e sgraziato, con una vistosa benda che gli copre un occhio mancante. Prossimo ai sessant’anni, vive con sua madre in una piccola casa situata all’ingresso di una maestosa dimora disabitata, esercitandone la funzione di custode. Trascorre giornate monotone con la caccia alle talpe, la pratica della cornamusa e veloci incontri sessuali con una donna che fa la postina, consumati tra le fronde di un bosco. Raphaël cerca l’amore, che non ottiene né dalla madre, anziana ed egoista, né dal rapporto con la postina, fatto solo di piacere, privo di sentimenti; cerca il Bello, che trova solo nella musica, componendo con la cornamusa brani tristi e commossi, che esegue suonando di sera nella piscina vuota d’acqua, per fare meno rumore, per stare più solo. Una notte, durante un violento temporale, giunge inaspettata alla villa la sua nuova padrona, Garance, artista di fama che vive a Parigi, e che ha ereditato la dimora, nella quale decide di trasferirsi temporaneamente, per lavorare alle sue sculture in vista di una prossima mostra: il nome Garance, che in italiano significa “robbia”, la pianta che colora di rosso intenso, è anche il nome d’arte della protagonista del film di Marcel Carné Les enfants du paradis1

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Interprete egent: linguaggio del dono e figure del ricordo nel De beneficiis di Seneca

 Abstract 

Il dono – come è stato osservato [Godbout 1996; Raccanelli – Beltrami 2014; Ricottilli 2011] – è un linguaggio, una forma di comunicazione. Come tale, necessita di essere tradotto o interpretato. Questo era chiaro già a Seneca (alia … interprete egent, Ben. 4.16.3), che riconosce il ruolo discriminante di una interpretatio benigna o maligna del beneficio (Ben. 2.28; 3.7; 4.21). Per facilitarne la decodifica, Seneca suggerisce di aggiungere alla res bona del dono bona verba, evitando ammonimenti, parole offensive, asperitas verborum (Ben. 2.4.1) o tarditas loquendi (Ben. 2.3.1), che rischiano di tradurre il dono in un insulto (maledictum) o di renderlo odioso, trasformando l’interagente in un nemico (Ben. 5.22). Se dunque talvolta sarà opportuno tacere e lasciare che sia la res a parlare (Ben. 2.11.6), in genere una praedicatio humana benignaque favorirà una interpretatio positiva del beneficio. Seneca fornisce così un quadro prescrittivo delle parole da dire e non dire quando si dona – o da evitare che l’altro dica (come rogo, molestum verbum) – ma anche di quelle da usare o evitare quando si riceve, si contraccambia o si chiede. Anche silenzio e forme mimico-gestuali sono comportamenti comunicativi che agiscono sul legame (e.g. aggrottare le ciglia, abbassare lo sguardo, etc.). Il contributo intende esaminare questo galateo senecano della comunicazione in rapporto alla prassi del dono, alla luce delle metafore culturali riconducibili alla sfera dell’interpretatio [Bettini 2012] e in dialogo con gli studi di pragmatica della comunicazione applicata alla letteratura latina [Ricottilli 2009; Raccanelli 2010; 2011], per mostrare da un lato la forza performativa e perlocutoria di tale linguaggio [Austin 1962; Beta 2004], verbale e non, dall’altro come Seneca offra, come direbbe Geertz, non solo un modello per ma anche un modello di: la rappresentazione descrittiva oltre che precettistica di una buona prassi romana.

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