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Nihil ingeniosius, nihil eruditius, nihil iucundius: Catullo nella biblioteca di Piero Vettori

Abstract 

Questo contributo propone una prima ricostruzione degli studi catulliani di Piero Vettori (1499-1585). Il filologo fiorentino non pubblicò mai un’edizione o un commento a Catullo, ma materiali inediti della sua biblioteca testimoniano un’intensa attività critica sul Liber da parte di Vettori. Gli inediti (tre stampe postillate e due manoscritti miscellanei) sono stati confrontati con i capitoli dedicati a Catullo nelle Variae lectiones, la miscellanea filologica di Vettori, in cui sono racchiusi gli unici contributi pubblicati dall’umanista del suo lungo lavoro sul testo catulliano.


This study offers a critical reconstruction of Piero Vettori’s philological work on Catullus. The Florentine humanist never realized an edition or a commentary on Catullus’ poems, but some unpublished materials from his library attest his philological interest in the poet over several decades. These autograph sources (three printed editions with marginalia and two miscellaneous manuscripts) are analysed in comparison with the Catullan chapters of the Variae lectiones, Vettori’s philological miscellany and the only published record of his work on Catullus.

 

 

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Contaminazioni inter-redazionali nella tradizione del commento di Servio a Virgilio: la classe α

Abstract 

In un articolo apparso sulla «RFIC» nel 1996, Ramires segnala l’esistenza di tre testimoni che preservano una versione del commento di Servio a Virgilio fino a quel momento ignota. Questi testimoni, ora conosciuti come la classe α, includono alcune centinaia di passaggi che dovevano mancare nell’archetipo serviano identificato da Murgia (Σ), ma trovano normalmente riscontro nel Seruius auctus. La questione dell’origine delle aggiunte risulta ancora aperta: esse sono state alternativamente qualificate da Ramires e da Murgia come derivate da un ramo della tradizione del Servio genuino indipendente da Σ e come derivate dalla tradizione del Seruius auctus. Questo contributo si propone di gettare nuova luce su tale questione, mostrando che gli argomenti addotti contro l’ipotesi di Murgia non risultano conclusivi e che essa è suffragata da argomenti più numerosi e cogenti di quanto lo stesso Murgia avesse rilevato.


In a 1996 «RFIC» article, Ramires called attention to three witnesses preserving a hitherto unknown version of Servius’ commentary on Vergil. These witnesses, now labelled as the α class, include a few hundreds of passages which could not be found in the Servian archetype identified by Murgia (Σ) but can normally be paralleled within the DS scholia. The question of the origin of these additions is still open: they have been alternatively qualified by Ramires and by Murgia as emanating from a branch of the tradition of the genuine Servius independent of Σ and as emanating from the tradition of the DS scholia. This paper aims to shed new light on the question at issue, showing that the arguments adduced against Murgia’s hypothesis are not decisive and that this hypothesis is corroborated by more numerous and cogent arguments than Murgia himself noticed.

 

 

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Problemi testuali ed esegetici nei carmi dell’Anthologia latina attribuiti a Petronio

Abstract 

I frammenti poetici attribuiti a Petronio a partire dalla metà del ‘500 (frr. 26-51 M. = AL 464-79; 650-651; 690-697 R.) si contraddistinguono per difficoltà interpretative notevoli e corruttele testuali spesso molto profonde. L’interesse discontinuo da parte degli studiosi non ha agevolato la loro risoluzione e i testi si rivelano tutt’oggi meritevoli di una revisione critica attenta. Nell’articolo vengono discussi due problemi testuali ed esegetici relativi a Petr. frr. 32 e 33 M., nell’intento di mettere in luce i limiti del testo vulgato e suggerire possibili alternative. A fr. 32, 6 M., viene proposto di accogliere contemptu di Dousa in accordo con la più parte degli editori, ma ipotizzando una lacuna prima del v. 4; a fr. 33, 8 M., si consiglia di rivalutare si vero e opertam di Scaliger, congetture scomparse invece dagli apparati.


The poetic fragments attributed to Petronius since the mid-1500s (frr. 26-51 M. = AL 464-79; 650-651; 690-697 R.) are characterized by significant interpretative challenges and often very deep textual corruptions. The intermittent interest from scholars has hindered their resolution, and the texts still warrant a careful critical revision today. The article discusses two textual and exegetical issues related to Petr. frr. 32 and 33 M., aiming to highlight the limits of the established text and suggest possible alternatives. At fr. 32, 6 M., it is suggested to adopt Dousa’s contemptu, in agreement with most editors, but postulating a lacuna before v. 4; at fr. 33, 8 M., it is recommended to re-evaluate Scaliger’s si vero and opertam, conjectures that have otherwise disappeared from the apparatus.

 

 

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I διᾴσσοντες ἀστέρες in Ammiano Marcellino (XXV 2, 4-8): tra ostenta ed erudizione ‘scientifica’

Abstract 

IIl presente contributo analizza la prima digressione ‘scientifica’, di argomento astronomico, contenuta nel libro XXV delle Res Gestae. Nella notte tra il 25 e il 26 giugno del 363 due ostenta atterriscono l’imperatore Giuliano: l’apparizione del Genius publicus con la cornucopia e il capo velati e un nitor igneus, che solca il cielo, chiamato dai Greci διᾴσσων (ἀστήρ). Questa stella cadente (o meteora ignea), presagio di morte e di battaglie dall’esito infausto, è oggetto del breve excursus dossografico-eziologico che sospende la narrazione: vengono riportate, infatti, tre opinioni anonime sull’origine di questo fenomeno celeste, secondo il metodo delle spiegazioni multiple. L’imperatore consulta immediatamente prima dell’alba gli aruspici etruschi che lo accompagnavano nella spedizione contro i Persiani, e anziché tardare di qualche ora la partenza, come gli era stato consigliato, decide comunque di spostare in avanti l’accampamento e affrontare l’esercito nemico in battaglia, andando così incontro alla morte.


This paper analyzes the first ‘scientific’ digression about an astronomical subject, contained in book XXV of the Res Gestae. In the night preceding June 26th 363 AD, two ostenta terrified Emperor Julian: the appearance of the Genius publicus (the figure of the Spirit of the Commonwealth) leaving sadly through the curtains of the tent, with its head and horn of plenty veiled and a nitor igneus, furrowing the sky, called διᾴσσων (ἀστήρ) by the Greeks. This shooting star (or meteor), an omen of death and battles with an inauspicious outcome, is the subject of the short doxographical-etiological excursus, that suspends historical narration: in fact, three anonymous opinions on the origin of this celestial phenomenon are reported, according to the method of multiple explanations. The emperor consulted the Etruscan haruspices who accompanied him on the expedition against the Persians, immediately before dawn. Instead of delaying his departure by a few hours, as he had been advised, he nevertheless decided to break the camp and face the enemy army in battle, thus meeting his own death.

 

 

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I loci della lirica oraziana nel Commentum in Statii Thebaida di Lattanzio Placido: tre casi di tradizione indiretta

Abstract 

Nel Commentum in Statii Thebaida di Lattanzio Placido sono assai frequenti citazioni alla lettera dei grandi autori della classicità e, attraverso una analisi dettagliata degli scolii che le contengono, è stato possibile approfondire in che modo il nostro autore si sia servito delle sue auctoritates e le abbia riportate all’interno della sua opera, talvolta con grande precisione, altre volte modificando parole o intere espressioni. Nel presente contributo, avranno un’attenzione particolare tre loci oraziani – nel caso specifico si tratta di passi dell’Orazio lirico – inseriti all’interno di altrettanti scolii per completare la spiegazione dei relativi versi della Tebaide. L’aspetto che più sorprende e suscita curiosità è il fatto che nell’opera di Lattanzio sono presenti varianti decisamente insostenibili da un punto di vista ecdotico rispetto al testo tràdito del Venosino, ma molto interessanti per comprendere il modus operandi del commentatore nel momento in cui si serviva di citazioni di autori della classicità per finalità esegetiche. Da questa disamina emerge come egli poteva leggere un manoscritto di Orazio dove già erano penetrati quegli errori e citare i versi del poeta di Venosa così come gli erano pervenuti, oppure riferirli a memoria secondo un uso comune nelle scuole tardo antiche, e, per questo, sbagliare, o, ancora, manipolare volutamente il testo dell’antico poeta per adeguarlo al messaggio che intendeva veicolare nella spiegazione dei versi di Stazio.


In the Commentum in Statii Thebaida by Lactantius Placidus, literal quotations from the great authors of classical antiquity are particularly frequent. Through a detailed analysis of the scholia that contain these references, it has been possible to investigate how our author employed his auctoritates and incorporated them into his work, sometimes with great precision, at other times by altering individual words or entire expressions. This contribution focuses specifically on three Horatian loci – passages taken from Horace’s lyric poetry – each embedded within a scholion to clarify the corresponding verses of the Thebaid. What proves most surprising and intriguing is the presence in Lactantius’ work of textual variants that are clearly untenable from a critical standpoint when compared to the transmitted text of the poet. Nonetheless, these variants are highly revealing for understanding the commentator’s modus operandi when using classical citations for exegetical purposes. This examination illustrates how he could either read a manuscript of Horace where those errors had already penetrated and quote the verses of the poet of Venosa as they came to him, or he could refer to them from memory according to a common custom in late antique schools and, because of this, make mistakes, or, again, deliberately manipulate the ancient poet’s text to fit the message he intended to convey in his explanation of the verses of Statius.

 

 

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Nuove ricerche sugli epigrammi e la poetica di Tito Pomponio Attico

Abstract 

Questo contributo ha l’obiettivo di delineare un aspetto quasi inesplorato negli studi su Tito Pomponio Attico, autore di cui sfortunatamente non ci sono pervenute opere integre, ma che era attivo nella Roma tardo-repubblicana nel campo della storiografia e delle opere erudite e antiquarie. Attraverso le testimonianze riguardanti i suoi epigrammi, si può ulteriormente arricchire il quadro della sua poetica e comprendere meglio i suoi interessi e la sua collocazione all’interno del canone di età repubblicana. Cicerone testimonia una dotta produzione dedicata alla ninfa Amaltea, consistente in epigrammata, poemata e historiae, probabilmente redatti in greco. Nepote e Plinio il Vecchio ci parlano invece di epigrammi celebrativi polimetrici per notabili romani (similmente alle Imagines di Varrone), raccolti successivamente in un volumen.


This paper aims to explore a relatively uncharted area in the study of Titus Pomponius Atticus, an author whose complete works have unfortunately not survived. Active in late Republican Rome, Atticus contributed to historiography, erudite writing, and antiquarian studies. The surviving testimonies regarding his epigrams offer valuable insights into his poetics, literary interests, and position within the late Republican literary canon. Cicero’s writings attest to an erudite body of work dedicated to Amalthea (epigrammata, poemata, and historiae, likely composed in Greek). Nepos and Pliny the Elder, on the other hand, mention celebratory polymetric epigrams for Roman notables, similar in theme and function to Varro’s Imagines, which were later collected into a volume.

 

 

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La ricezione dell’antico nel De apparatu Patauini hastiludii di Lodovico Lazzarelli

Abstract 

Il presente studio si prefigge l’obiettivo di avanzare un primo bilancio sulla ricezione dei modelli antichi nel De apparatu Patauini hastiludii di Lodovico Lazzarelli (San Severino Marche, 1447-1500), poema epico composto in occasione di un torneo a tema mitologico che l’Università dei giuristi di Padova organizzò nel 1467. Dopo una breve contestualizzazione dell’autore e dell’opera, l’analisi di alcuni passi significativi stimolerà la riflessione sull’attualizzazione umanistica del genere epico e sulla rielaborazione originale delle fonti, spesso contaminate, dissimulate e risemantizzate. Il poemetto esametrico si apre con un proemio in distici elegiaci, probabile imitazione di alcune praefationes tardoantiche, in particolare claudianee; l’uso del distico nell’epilogo, invece, è motivato dalla presenza del compianto funebre di un personaggio eminente e, verosimilmente, dal modello di Catull. 65. Altri versi presi in esame, infine, individuano quale ipotesto primario del De apparatu le Metamorfosi di Ovidio, spesso “frazionate” da Lazzarelli in loci diversi e contaminate con altre fonti, prima fra tutte l’Eneide di Virgilio.


The aim of this study is to provide an initial assessment of the reception of ancient models in De apparatu Patauini hastiludii, an epic poem written by Lodovico Lazzarelli (San Severino Marche, 1447-1500) for a mythological-themed tournament of armed riders organized by the University of Law of Padua in 1467. After a brief contextualization of the author and the work, the examination of some significant passages will clarify the humanistic adaptation of the epic genre and the original reworking of the sources, often contaminated, disguised, and used with a new meaning. This hexametric poem starts with a proem in elegiac couplets, probably an imitation of some Late Antique praefationes, particularly Claudian’s ones; the epilogue, instead, is written in elegiac couplets because of the presence of the funeral oration of a prominent character and, possibly, of Catull. 65 as model. Finally, the analysis of other verses confirms that the main hypotext of De apparatu was Ovid’s Metamorphoses, often “fragmented” by Lazzarelli into different loci and contaminated with other sources, especially Virgil’s Aeneid.

 

 

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Vel Platone dicente vel Tullio. Sulle citazioni tradotte da Platone nel corpus ciceroniano

Abstract 

Il contributo è dedicato alle citazioni dai dialoghi platonici rintracciabili nel corpus di Cicerone e ha lo scopo di illustrare con alcuni esempi le principali direttive in cui può svilupparsi l’analisi su questo oggetto di indagine. Dopo una breve sezione introduttiva, dedicata a inquadrare l’influenza di Platone sull’opera dell’Arpinate e le coordinate del progetto di creazione di una filosofia in lingua latina, sono presentati tre casi di studio: il ruolo della traduzione latina nel processo di constitutio textus dell’ipotesto greco; l’utilizzo dell’usus vertendi come criterio di selezione tra varianti adiafore; l’esistenza di duplici versioni di un medesimo brano inserite in luoghi diversi dallo stesso autore.


The paper examines direct quotations from Plato’s dialogues in Cicero’s corpus. It aims to illustrate, through selected examples, the main avenues of analysis for this subject. Following a brief introductory section that outlines Plato’s influence on Cicero’s work and situates his project to create a Latin-language philosophy, three case studies are presented. These include the role of Latin translation in constituting the Greek text, the use of “usus vertendi” as a criterion for selecting among textual variants, and the existence of multiple versions of the same passage placed in different contexts by the author himself.

 

 

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Genere bucolico e problemi di datazione: il caso di M. Valerio

Abstract 

L’articolo propone, recuperando e ampliando le osservazioni di Justin Stover sul tema, un’applicazione del concetto di window reference alle Bucoliche di M. Valerio, collezione di ecloghe in esametri latini di controversa collocazione cronologica, ma la cui plausibile interazione con il modello greco degli Idilli di Teocrito, molto complessa e forse sostanziata anche da giochi interlinguistici, suggerirebbe il VI secolo d.C. come epoca di composizione, una datazione considerevolmente più alta rispetto a quella comunemente acquisita finora (XII secolo). L’ipotesi risulta ulteriormente confortata da evidenze sia esterne (postilla che assegna all’autore il titolo di consul), sia interne all’opera, perlopiù consistenti in rilievi stilistici e contenutistici che evidenziano la vicinanza del testo esaminato a una tecnica compositiva e ad un contesto storico-culturale tardoantico piuttosto che medievale.


This article builds on and expands Justin Stover’s observations by applying the concept of window reference to the Bucolica of M. Valerius, a collection of Latin hexameter eclogues with a controversial chronology. The work’s complex and possibly interlinguistic engagement with the Greek model of Theocritus’ Idylls suggests a date of composition in the 6th century CE—several centuries earlier than the traditionally accepted dating (12th century). This hypothesis is further supported by both external and internal evidence. Externally, a marginal note attributes the title of consul to the author. Internally, stylistic and thematic features point to a compositional technique and cultural context more consistent with Late Antiquity than with the medieval period.

 

 

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Due note alla Vita Persi del Vind. 3094 (XV sec.)

Abstract 

Il presente articolo esamina una testimonianza finora trascurata della tradizione biografica su Persio, la Vita Persi conservata nel Wien, Österreichische Nationalbibliothek (ÖNB), Cod. 3094. Questo manoscritto di origine tedesca, redatto tra il 1493 e il 1496, contiene al f. 214v una Vita Persi di epoca umanistica, scritta a Worms l’1 novembre del 1494. Sebbene l’autore della biografia resti ignoto, il testo si colloca chiaramente nell’alveo della tradizione derivata dalla Vita attribuita al grammatico Valerio Probo di Beirut (I sec. d.C.), pur presentando innesti da fonti non sempre identificabili. Di tale Vita Persi Vindobonensis, della quale si fornisce una trascrizione integrale quanto più possibile rispettosa dell’ortografia del manoscritto e suddivisa in undici paragrafi per agevolarne la lettura, vengono presi in esame due specifici passi, estrapolati dalle sezioni relative alla narrazione degli anni di formazione di Persio (§ 3) e all’elenco delle sue opere giovanili (§ 8), dai quali è possibile ricavare elementi utili per tentare di dirimere due diverse problematiche di carattere esegetico – testuale (aliquatenus e vescio) presenti nell’antica Vita Persi attribuita a Valerio Probo.


This article examines a previously overlooked witness to the biographical tradition concerning Persius: the Vita Persi preserved in the Wien, Österreichische Nationalbibliothek (ÖNB), Cod. 3094. This German manuscript, produced between 1493 and 1496, contains on fol. 214v a humanistic Vita Persi composed in Worms on 1 November 1494. Although the author of the biography remains unknown, the text clearly belongs to the tradition deriving from the Vita attributed to the grammarian Valerius Probus of Berytus (1st century CE), while also incorporating elements from sources that are not always identifiable. A complete transcription of this Vita Persi Vindobonensis is provided here, with orthographic fidelity to the manuscript as far as possible and divided into eleven paragraphs to facilitate readability. Two specific passages from this Vita are examined in detail, drawn from the sections narrating Persius’s formative years (§ 3) and listing his youthful works (§ 8), as they offer valuable insights for addressing two distinct exegetical and textual issues (namely, aliquatenus and vescio) present in the ancient Vita Persi attributed to Valerius Probus.

 

 

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