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ClassicoContemporaneo.eu
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Progetto di edizione commentata della prima decade del De rebus Siculis di Tommaso Fazello

Abstract

 L’articolo presenta i caratteri e gli obiettivi di un’edizione, completa di traduzione e commento, del secondo e terzo libro della prima decade del De rebus Siculis di Tommaso Fazello (1498-1570). L’opera, apparsa per la prima volta a Palermo nel 1558, offre una completa e dettagliata descrizione geografica della Sicilia, supportata da un accurato esame autoptico e da un’attenta lettura delle fonti classiche, con particolare interesse per l’antichità. L’obiettivo generale dell’edizione è offrire uno strumento sicuro e aggiornato per l’utilizzo di quest’opera. Nel commento, in particolare, è stato affrontato il problema del metodo di Fazello e del suo debito nei confronti della ricerca antichistica precedente. Il suo testo, infatti, è stato finora quasi sempre considerato, acriticamente, il risultato di un’indagine esclusivamente autoptica. Al termine dell’articolo, viene discusso un passo del De rebus Siculis di controversa interpretazione, in cui il termine obsitus sembra avere l’insolito significato di ‘incolto’. 


 The article presents the characters and objectives of an edition, complete with translation and commentary, of the second and third books of the first decade of >De rebus Siculis by Tommaso Fazello (1498-1570). The work, which first appeared in Palermo in 1558, offers a complete and detailed geographical description of Sicily, supported by an accurate autoptic examination and a careful reading of the ancient written sources, with particular interest in classical antiquities. The overall aim of the edition is to offer a safe and up-to-date tool for the use of this work. The commentary, in particular, addresses the problem of Fazello’s method and his debt to the antiquarian research that preceded him. His text, in fact, has until now almost always been considered, uncritically, the result of an exclusively autoptic investigation. At the end of the article, a passage from De rebus Siculis of controversial interpretation is discussed, in which the term obsitus seems to have the unusual meaning of ‘uncultivated’.  

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Note a Ov. epist. 6: a scuola di ethopoeia

Abstract

Nelle Epistulae Heroidum, Ovidio immagina che cosa e secondo quali modalità un’eroina del mito, sedotta e abbandonata e, in generale, lontana dal proprio partner, sia in grado di scrivere a costui, per esortarlo a ricambiare il sentimento d’amore, approfittando dell’occasione per raccontare la propria verità dei fatti, senza che questa sia filtrata dal sistema di valori dell’universo maschile. L’ipotesi è che alla base delle Heroides ci sia l’etopea, un praeexercitamen che, secondo la manualistica in lingua greca, nel genere epistolare trova terreno fertile, in quanto la lettera è lo strumento più idoneo all’espressione dell’ethos e degli adfectus dell’individuo, che si riversano nella scrittura. Nel tentativo di cogliere i dettagli della plausibile presenza dell’ethopoeia, si indagherà non solo la produzione ovidiana, ma anche la precettistica in lingua greca e latina, prendendo in esame, nello specifico, le parole di Ipsipile (Ov. epist. 6), la quale non si limita a persuadere il suo amato (suasoria), ma finisce per tratteggiare il suo ethos (ethopoeia), un ethos che inevitabilmente condiziona il modo in cui ella si rivolge a Giasone. 


 In Epistulae Heroidum, Ovid imagines what and how a heroine of myth, seduced and abandoned, and, in general, away from her partner, is able to write to him, in order to urge him to return love, taking the opportunity to tell her own version of the story, without it being filtered by the value system of the male universe. The hypothesis is that, at the core of Heroides, there is the ethopoeia, a praeexercitamen that, according to Greek manuals, finds fertile ground in the epistolary genre, because the letter is the most suitable tool for expression of ethos and adfectus of the individual, which converge into the writing. In an effort to grasp the details of the plausible presence of ethopoeia, we will investigate not only the Ovidian production, but also the Greek and Latin precepts, by examining, in particular, the words of Hypsipyle (Ov. epist. 6), who does not merely persuade her beloved (suasoria), but ends up describing her ethos (ethopoeia), an ethos which inevitably conditions the way she addresses Jason.

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La parabola della libertas nel progetto narrativo dell’Epitome di Floro

Abstract

Floro costruisce il racconto delle sanguinose vicende legate alla conquista della libertas allo scopo di dimostrare che, fin dalla nascita della res publica, erano presenti i germi di quella ferocia che porterà i Romani ad inseguire il lusso e il potere ad ogni costo. Questa cupido dominandi sarà alla base di quella depravazione morale poi sfociata nelle guerre civili.


Florus builds the story of the bloody events linked to the conquest of libertas in order to show that, since the birth of the res publica, there were the seeds of that ferocity that will lead the Romans to chase luxury and power at all costs.
This cupido dominandi will be the basis of that moral depravity that will result in civil wars.

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La formazione del perfetto nella grammatica di Diomede: sondaggi preliminari sulle fonti

Abstract

Le discussioni che nella sua Ars il grammatico Diomede dedica alla formazione del tempo perfetto e ai verbi con lacune nella flessione (GL I 364, 9-381, 9) sono particolarmente interessanti dal punto di vista delle fonti che presuppongono. Nel presente contributo si offrirà una panoramica generale sulla sezione in questione e sui materiali che, in essa contenuti, sono stati riconosciuti come provenienti dall’uno o dall’altro autore cui Diomede sembra attingere. Contestualmente, soprattutto nella parte conclusiva, si approfondiranno alcuni punti che si ritengono significativi per meglio comprendere il modo in cui il nostro grammatico lavorava e ipotizzare possibili percorsi attraverso cui alcune informazioni giunsero fino a lui.


In Diomedes’ Ars grammatica discussions about perfect tense and defective verbs (GL I 364, 9-381, 9) are very interesting because of the underlying sources. In this paper we will try to provide a general outline about this section and to identify issues derived from one or the other author Diomedes seems to have drawn from. At the same time, especially in the last part, the article will explore some passages we deem particularly significant to understand how our grammarian worked and to make hypotheses about possible paths trough which some information reached him.

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Historia al di là dei fatti: un’analisi della nota Serv. ad Aen. 1,235

Abstract

 Nel suo commento all’Eneide, Servio presta grande attenzione al “grado di verità” del poema. Nella prefazione al commento, afferma che la poesia epica include elementi reali e fittizi (ad Aen. praef.); nella nota ad Aen. 1,235, espone una classificazione bipartita dei tipi di narrazione: fabula definisce le narrazioni contro natura, historia/argumentum quelle secondo natura. La classificazione enunciata nella prefazione si fonda sul criterio della fattualità, mentre quella della nota ad Aen. 1,235 verte sul concetto di verosimiglianza. L’articolo propone una lettura approfondita di quest’ultima nota. Nel primo paragrafo, si sostiene che l’opposizione fabula – historia/argumentum, esposta nella seconda metà della nota, debba essere compresa alla luce della prima, in cui Servio rimarca che i poeti, incluso Virgilio, tendono a sostituire nomi di luogo e persona con altri loro affini. Evidentemente, alterazioni di questo tipo non intaccano la verosimiglianza della narrazione, cioè non la spostano dalla categoria di historia/argumentum a quella di fabula. Questa osservazione riveste grande importanza nel commento all’Eneide, dato che Servio considera lecite unicamente le creazioni poetiche e le alterazioni della realtà fattuale che si mantengono entro i confini della possibilità naturale, mentre gli elementi narrativi contro natura sono ammessi solo se si fondano sulla tradizione mitico-storica o riprendono precedenti letterari (cf. Serv. ad Aen. 3,46). Nel secondo paragrafo, l’articolo formula l’ipotesi che la riduzione della tripartizione fabula – historia – argumentum a un’opposizione binaria debba essere interpretata alla luce della contraddizione tra la definizione “tradizionale” di narratio e quella di fabula. Questo problema esegetico, rilevato da Mario Vittorino nel commento al De inuentione di Cicerone, potrebbe essere alla radice della fusione di historia e argumentum in un’unica categoria contrapposta a fabula (Comm. Cic. Rhet. 1,19 p. 202,18-25 Halm). Il terzo paragrafo tratta della concezione di natura su cui si fonda la nota Serv. ad Aen. 1,235. Poiché le interpretazioni razionalizzanti riportate da Servio ricalcano spesso quelle di Palefato, il quale condivide il concetto di natura che emerge dalla Generazione degli animali di Aristotele, la nota Serv. ad Aen. 1,235 può essere interpretata alla luce delle opere di Palefato e Aristotele. Questi ritengono che la natura sia “immutabile”: benché ciò non escluda che possano occorrere deviazioni dallo standard naturale, esse non arrivano a determinare mutamenti duraturi dello standard stesso (ad Aen. 6,286). L’ultimo paragrafo propone l’analisi di una selezione di note tratte dal commento di Servio all’Eneide, allo scopo di fornire alcuni esempi dell’applicazione dei criteri di fattualità e verosimiglianza (ad Aen. 1,267; 4 praef.; 1,159; 1,168). Sebbene l’uno possa talora prevalere sull’altro, la classificazione basata sulla verosimiglianza riveste un ruolo fondamentale, in quanto funge da metro di valutazione per distinguere gli esercizi accettabili della creatività poetica da quelli inaccettabili. Per il grammaticus Servio l’Eneide è un testo scolastico su cui apprendere nozioni di filosofia, storia e cultura romana. Ammettendo la necessità che i poemi epici comprendano elementi finzionali e riconoscendo a Virgilio la facoltà di alterare il dato storico per renderlo più adatto a un’opera poetica, Servio difende la fama di Virgilio come poeta onnisciente e, al contempo, la funzione didattica dell’Eneide. A suo avviso, essa include elementi finzionali non perché mira a ingannare il lettore, ma perché essi sono una necessità poetica.


In his commentary on the Aeneid, Servius shows a keen interest in assessing the poem’s “degree of truthfulness”. After acknowledging that epic poetry consists of a blend of truth and fiction (Serv. ad Aen. praef.), he sets forth a classification of the types of narration that distinguishes between fabula, which denotes the accounts against nature, and historia/argumentum, which denotes those in accordance with nature (ad Aen. 1,235). While the distinction between truth and fiction is based on factuality, the one between fabula and historia/argumentum is about verisimilitude. The article provides an in-depth analysis of the note Serv. ad Aen. 1,235. First, it argues that the distinction fabula – historia/argumentum must be understood in the light of the first half of Serv. ad Aen. 1,235, where Servius remarks that poets, including Virgil, typically replace the names of persons and places with others that are close to them. This implies that the change of a name does not affect an account’s verisimilitude since it does not modify its relationship with nature. While Servius accepts modifications of this kind, which remain within the boundaries of historia/argumentum, he welcomes narrative elements against nature only when they are grounded in the mythic-historic tradition or have literary precedents (e.g. traditional myths and gods, cf. Serv. ad Aen. 3,46). Second, the article suggests that Servius’ reduction of the threefold classification fabula – historia – argumentum to a binary opposition might be founded on the contradiction, noticed by Marius Victorinus in his commentary on Cicero’s De inuentione, between the “traditional” definitions of fabula and narratio (Comm. Cic. Rhet. 1,19 p. 202,18-25 Halm). This exegetical problem might have led to the conflation of historia with argumentum and, as a consequence, to their opposition to fabula. Third, it analyses the concept of nature underlying Serv. ad Aen. 1,235. Because Servius’ rationalising interpretations are close to Palaephatus’, and Palaephatus’ notion of nature is similar to the one illustrated by Aristotle in the Generation of Animals, it is possible to read Serv. ad Aen. 1,235 in the light of Palaephatus’ and Aristotle’s works. In their opinion, nature is unchanging: although deviations from the natural standard are possible, they do not cause long-lasting modifications of it (ad Aen. 6,286). Finally, the article analyses some selected notes from the Servian commentary, showing that the classifications based on factuality and verisimilitude coexist, even though sometimes the one prevails over the other (ad Aen. 1,267; 4 praef.; 1,159; 1,168). Nevertheless, the note Serv. ad Aen. 1,235 bears great importance throughout in that it allows Servius to distinguish between acceptable and unacceptable applications – i.e. those against nature, when unsupported by tradition – of poetic creativity. For Servius, a grammarian, the Aeneid is a textbook that enables students to learn about history, philosophy, and Roman culture. By acknowledging that epic poems must contain fictional elements and that Virgil had the right to modify historical reality to make it suit his work, Servius defends Virgil’s reputation as an omniscient poet and, at the same time, the importance of reading the Aeneid in schools: Virgil did not use fictions to deceive, but because they are a literary necessity..

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Introduzione Atti VI seminario

La sesta edizione del «Seminario nazionale per dottorandi e dottori di ricerca in studi latini», promossa e organizzata dalla Consulta Universitaria di Studi Latini (C.U.S.L.) secondo l’ormai consueta cadenza biennale, si è svolta il 10 dicembre 2021, eccezionalmente in modalità telematica (su piattaforma Zoom) a causa del perdurare delle limitazioni agli spostamenti e alle riunioni in presenza determinato dall’emergenza sanitaria Covid-19. Nonostante tale oggettiva limitazione, ancora una volta, l’iniziativa ha suscitato, nei giovani studiosi cui è rivolta, un notevole interesse, testimoniato dalle qualificate proposte pervenute al Comitato scientifico del Seminario, costituito dalla “Commissione Università” della C.U.S.L., che dopo la fase di selezione si è fatta anche carico, come nella precedente edizione, dell’impegnativo compito di revisionare in doppia lettura i testi presentati per gli atti.

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Fenestella fonte di Plinio il Vecchio: natura, erudizione e cronografia (a proposito di Plin. 33, 146; 8, 19; 15, 1)

Abstract

L’articolo si propone di esaminare tre citazioni di Fenestella contenute nella Naturalis historia Plinio il Vecchio (33, 146; 8, 19; 15, 1) all’interno delle quali emergono numerose questioni antiquarie e cronografiche che sembrano aver caratterizzato la sua attività, come il topos del πρῶτος εὑρετής, l’interesse per gli spettacoli pubblici, l’uso di formule di datazione ricercate e complesse, e la spiegazione di fenomeni culturali sulla base delle fasi della propria vita. In secondo luogo, poiché in nessuna delle citazioni viene menzionato il titolo dell’opera da cui sono tratte, il contributo mira a ricostruire quale fosse l’opera di Fenestella utilizzata da Plinio nella sua ricerca erudita. In conclusione, si mostra come la riflessione cronografica, forse in virtù delle questioni trattate e della modalità in cui l’esposizione è strutturata, sembra rivestire un ruolo centrale in questi frammenti, che dovevano appartenere forse ad un’opera storiografico-antiquaria come gli Annales


The article examines quotations by Fenestella from Pliny the Elder’s Naturalis historia. The analysis is mainly based on three passages (33, 146; 8, 19; 15, 1) and aims at showing many antiquarian and chronographic issues that seem to have characterised Fenestella’s work (i. e. the topos of πρῶτος εὑρετής, the interest in public games, polished and complex formulas used to record past events, and the explanation of cultural phenomena based on his own life). Secondly, the purpose of this paper is to reconstruct which of Fenestella’s work Pliny used in his erudite research, since the quotations only record Fenestella’s name. In conclusion, we will show how reflection on chronographic issues seems to play a central role in these fragments. Perhaps, because of the issues they deal with and the structure of the exposition, they could have belonged to a historiographical-antiquarian work such as the Annales.

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Part. 139-140: l’epilogo delle Partitiones oratoriae di Cicerone tra retorica e filosofia

Abstract

Il presente contributo si propone di analizzare il rapporto tra retorica e filosofia all’interno delle Partitiones oratoriae di Cicerone. Dopo una breve introduzione dedicata all’inquadramento generale dell’opera, la ricerca si concentrerà sui paragrafi 139-140, che costituiscono l’epilogo e che serviranno come testo di riferimento per mostrare in che modo la decifrazione del rapporto tra retorica e filosofia possa rappresentare una valida chiave di lettura per l’operazione didattica e culturale messa in atto da Cicerone nelle Partitiones oratoriae. In particolare, l’analisi dell’accostamento intenzionale di dialettica (Part. 139) ed etica (Part. 140) offrirà l’occasione per rilevare alcuni paralleli – finora passati inosservati – con altri trattati ciceroniani, specialmente con l’Orator e il De officiis, mostrando in che modo Cicerone intendesse donare a Marco, destinatario dell’opera e simbolo della gioventù romana, una summa della propria riflessione retorica e filosofica. 


This paper aims to analyze the relationship between rhetoric and philosophy within Cicero’s Partitiones oratoriae. After a brief introduction devoted to the general framework of the work, the research will focus on paragraphs 139-140. These paragraphs constitute the epilogue of the work and will serve as a reference text to show how the relationship between rhetoric and philosophy could represent a valid key to interpret the didactic and cultural operation developed by Cicero in Partitiones oratoriae. In particular, the analysis of the juxtaposition of dialectic (Part. 139) and ethics (Part. 140) will provide an opportunity to point out some parallels – hitherto gone unnoticed – with other Ciceronian treatises, especially with the Orator and the De officiis, showing how Cicero intended to give Marcus, the recipient of the work and the symbol of the Roman youth, a summa of his own rhetorical and philosophical thought.

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Metamorfosi semantiche di Scilla tra fonti classiche e riprese mediolatine

Abstract

Il recupero delle Metamorfosi di Ovidio in età medievale ha suscitato grande interesse presso gli studiosi di tutti i tempi. Nel Medioevo i miti classici furono oggetto di un’interpretazione morale, perciò vennero redatti numerosi commenti allegorici funzionali a illustrare il significato degli episodi narrati nelle Metamorfosi. Focalizzandosi sulla vicenda di Scilla, che era una bellissima ninfa e fu trasformata in un orribile mostro, il presente contributo intende delineare alcuni esempi di ripresa di tale mito (imitazione, esegesi, riscrittura), al fine di comprendere quale rapporto intercorre tra la produzione di tipo mitografico e allegorico e le fonti antiche. Da una parte, ci si propone di mostrare in che modo gli autori medievali ampliano e modificano i miti classici a scopo didattico. Dall’altra, l’analisi cercherà di mettere in luce alcuni tratti distintivi della letteratura mediolatina, come la mescolanza linguistica di forme greche e latine, il frequente ricorso a citazioni dotte e l’alto numero di spiegazioni etimologiche e grammaticali. 


The medieval recovery of Ovid’s Metamorphoses has always aroused interest among scholars. In the Middle Ages the classical myths received a moral interpretation, so a lot of allegorical commentaries were composed to explain the tales told in the Metamorphoses. Focusing on the myth of Scylla, who was a beautiful nymph and became a terrible monster, this paper aims to show some examples of medieval recovery of this tale (imitation, exegesis, reformulation), in order to understand the relationship between the mythographic and allegorical tradition and the ancient sources. On the one hand, the article will explain how the medieval writers amplified and modified the classical myth to didactic purposes. On the other hand, the analysis will shed light on some distinctive traits of the Medieval Latin literature, such as the presence of Greek and Latin words, the use of many citations from classical works and the large number of etymological and grammatical formulae.

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Quale Antonio? Analisi di un “ritratto paradossale” nei Facta et dicta memorabilia di Valerio Massimo

Abstract

L’articolo si concentra sulla rappresentazione ambigua di Marco Antonio nella raccolta di exempla Facta et dicta memorabilia di Valerio Massimo (ca 31 d.C.). La prima parte è incentrata sulla descrizione negativa di Antonio che raggiunge l’apice nel nono libro, dove egli è presentato come un tiranno. La seconda parte si sofferma invece sul ritratto sorprendentemente celebrativo che emerge dall’exemplum 5, 1, 11, nel capitolo intitolato de humanitate et clementia, in cui Antonio è descritto come portavoce delle virtù del capitolo. La disposizione strategica del materiale relativo ad Antonio, un personaggio che ha avuto un ruolo importante nel momento di transizione tra sistema repubblicano e autocratico, rivela la presenza di ansie e contraddizioni in un testo normalmente ritenuto inequivocabilmente in linea con l’ideologia augustea. Il contributo ipotizza che, attraverso il ritratto di Antonio, Valerio voglia invece far riflettere il lettore sulle fratture tra i due sistemi e su temi potenzialmente problematici come la perdita di alcuni valori durante gli anni di violenza delle guerre civili. 


The article is focused on Marcus Antonius’ ambiguous representation in the collection of exempla Facta et dicta memorabilia by Valerius Maximus (ca AD 31). The first part revolves around the negative portrayal of Antonius which reaches a climactic peak in book 9, where he is described as a tyrant. The second part investigates his surprisingly celebratory portrayal that emerges from exemplum 5.1.11 in the chapter titled de humanitate et clementia, where Antonius is the spokesman of the chapter’s virtues. Valerius’ strategic disposition of the material about Antonius, a key figure in the process of transition between Republic and Principate, reveals the presence of anxieties and contradictions in a text normally regarded as in alignment with Augustan ideology. The article argues that, through the portrayal of Antonius, Valerius interrogates the reader about the fractures between the two political systems and about potentially problematic topics, such as the loss of some values during the civil wars.

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