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Introduzione Atti VI seminario

La sesta edizione del «Seminario nazionale per dottorandi e dottori di ricerca in studi latini», promossa e organizzata dalla Consulta Universitaria di Studi Latini (C.U.S.L.) secondo l’ormai consueta cadenza biennale, si è svolta il 10 dicembre 2021, eccezionalmente in modalità telematica (su piattaforma Zoom) a causa del perdurare delle limitazioni agli spostamenti e alle riunioni in presenza determinato dall’emergenza sanitaria Covid-19. Nonostante tale oggettiva limitazione, ancora una volta, l’iniziativa ha suscitato, nei giovani studiosi cui è rivolta, un notevole interesse, testimoniato dalle qualificate proposte pervenute al Comitato scientifico del Seminario, costituito dalla “Commissione Università” della C.U.S.L., che dopo la fase di selezione si è fatta anche carico, come nella precedente edizione, dell’impegnativo compito di revisionare in doppia lettura i testi presentati per gli atti.

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Fenestella fonte di Plinio il Vecchio: natura, erudizione e cronografia (a proposito di Plin. 33, 146; 8, 19; 15, 1)

Abstract

L’articolo si propone di esaminare tre citazioni di Fenestella contenute nella Naturalis historia Plinio il Vecchio (33, 146; 8, 19; 15, 1) all’interno delle quali emergono numerose questioni antiquarie e cronografiche che sembrano aver caratterizzato la sua attività, come il topos del πρῶτος εὑρετής, l’interesse per gli spettacoli pubblici, l’uso di formule di datazione ricercate e complesse, e la spiegazione di fenomeni culturali sulla base delle fasi della propria vita. In secondo luogo, poiché in nessuna delle citazioni viene menzionato il titolo dell’opera da cui sono tratte, il contributo mira a ricostruire quale fosse l’opera di Fenestella utilizzata da Plinio nella sua ricerca erudita. In conclusione, si mostra come la riflessione cronografica, forse in virtù delle questioni trattate e della modalità in cui l’esposizione è strutturata, sembra rivestire un ruolo centrale in questi frammenti, che dovevano appartenere forse ad un’opera storiografico-antiquaria come gli Annales. 


The article examines quotations by Fenestella from Pliny the Elder’s Naturalis historia. The analysis is mainly based on three passages (33, 146; 8, 19; 15, 1) and aims at showing many antiquarian and chronographic issues that seem to have characterised Fenestella’s work (i. e. the topos of πρῶτος εὑρετής, the interest in public games, polished and complex formulas used to record past events, and the explanation of cultural phenomena based on his own life). Secondly, the purpose of this paper is to reconstruct which of Fenestella’s work Pliny used in his erudite research, since the quotations only record Fenestella’s name. In conclusion, we will show how reflection on chronographic issues seems to play a central role in these fragments. Perhaps, because of the issues they deal with and the structure of the exposition, they could have belonged to a historiographical-antiquarian work such as the Annales.

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Part. 139-140: l’epilogo delle Partitiones oratoriae di Cicerone tra retorica e filosofia

Abstract

Il presente contributo si propone di analizzare il rapporto tra retorica e filosofia all’interno delle Partitiones oratoriae di Cicerone. Dopo una breve introduzione dedicata all’inquadramento generale dell’opera, la ricerca si concentrerà sui paragrafi 139-140, che costituiscono l’epilogo e che serviranno come testo di riferimento per mostrare in che modo la decifrazione del rapporto tra retorica e filosofia possa rappresentare una valida chiave di lettura per l’operazione didattica e culturale messa in atto da Cicerone nelle Partitiones oratoriae. In particolare, l’analisi dell’accostamento intenzionale di dialettica (Part. 139) ed etica (Part. 140) offrirà l’occasione per rilevare alcuni paralleli – finora passati inosservati – con altri trattati ciceroniani, specialmente con l’Orator e il De officiis, mostrando in che modo Cicerone intendesse donare a Marco, destinatario dell’opera e simbolo della gioventù romana, una summa della propria riflessione retorica e filosofica. 


This paper aims to analyze the relationship between rhetoric and philosophy within Cicero’s Partitiones oratoriae. After a brief introduction devoted to the general framework of the work, the research will focus on paragraphs 139-140. These paragraphs constitute the epilogue of the work and will serve as a reference text to show how the relationship between rhetoric and philosophy could represent a valid key to interpret the didactic and cultural operation developed by Cicero in Partitiones oratoriae. In particular, the analysis of the juxtaposition of dialectic (Part. 139) and ethics (Part. 140) will provide an opportunity to point out some parallels – hitherto gone unnoticed – with other Ciceronian treatises, especially with the Orator and the De officiis, showing how Cicero intended to give Marcus, the recipient of the work and the symbol of the Roman youth, a summa of his own rhetorical and philosophical thought.

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Metamorfosi semantiche di Scilla tra fonti classiche e riprese mediolatine

Abstract

Il recupero delle Metamorfosi di Ovidio in età medievale ha suscitato grande interesse presso gli studiosi di tutti i tempi. Nel Medioevo i miti classici furono oggetto di un’interpretazione morale, perciò vennero redatti numerosi commenti allegorici funzionali a illustrare il significato degli episodi narrati nelle Metamorfosi. Focalizzandosi sulla vicenda di Scilla, che era una bellissima ninfa e fu trasformata in un orribile mostro, il presente contributo intende delineare alcuni esempi di ripresa di tale mito (imitazione, esegesi, riscrittura), al fine di comprendere quale rapporto intercorre tra la produzione di tipo mitografico e allegorico e le fonti antiche. Da una parte, ci si propone di mostrare in che modo gli autori medievali ampliano e modificano i miti classici a scopo didattico. Dall’altra, l’analisi cercherà di mettere in luce alcuni tratti distintivi della letteratura mediolatina, come la mescolanza linguistica di forme greche e latine, il frequente ricorso a citazioni dotte e l’alto numero di spiegazioni etimologiche e grammaticali. 


The medieval recovery of Ovid’s Metamorphoses has always aroused interest among scholars. In the Middle Ages the classical myths received a moral interpretation, so a lot of allegorical commentaries were composed to explain the tales told in the Metamorphoses. Focusing on the myth of Scylla, who was a beautiful nymph and became a terrible monster, this paper aims to show some examples of medieval recovery of this tale (imitation, exegesis, reformulation), in order to understand the relationship between the mythographic and allegorical tradition and the ancient sources. On the one hand, the article will explain how the medieval writers amplified and modified the classical myth to didactic purposes. On the other hand, the analysis will shed light on some distinctive traits of the Medieval Latin literature, such as the presence of Greek and Latin words, the use of many citations from classical works and the large number of etymological and grammatical formulae.

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Quale Antonio? Analisi di un “ritratto paradossale” nei Facta et dicta memorabilia di Valerio Massimo

Abstract

L’articolo si concentra sulla rappresentazione ambigua di Marco Antonio nella raccolta di exempla Facta et dicta memorabilia di Valerio Massimo (ca 31 d.C.). La prima parte è incentrata sulla descrizione negativa di Antonio che raggiunge l’apice nel nono libro, dove egli è presentato come un tiranno. La seconda parte si sofferma invece sul ritratto sorprendentemente celebrativo che emerge dall’exemplum 5, 1, 11, nel capitolo intitolato de humanitate et clementia, in cui Antonio è descritto come portavoce delle virtù del capitolo. La disposizione strategica del materiale relativo ad Antonio, un personaggio che ha avuto un ruolo importante nel momento di transizione tra sistema repubblicano e autocratico, rivela la presenza di ansie e contraddizioni in un testo normalmente ritenuto inequivocabilmente in linea con l’ideologia augustea. Il contributo ipotizza che, attraverso il ritratto di Antonio, Valerio voglia invece far riflettere il lettore sulle fratture tra i due sistemi e su temi potenzialmente problematici come la perdita di alcuni valori durante gli anni di violenza delle guerre civili. 


The article is focused on Marcus Antonius’ ambiguous representation in the collection of exempla Facta et dicta memorabilia by Valerius Maximus (ca AD 31). The first part revolves around the negative portrayal of Antonius which reaches a climactic peak in book 9, where he is described as a tyrant. The second part investigates his surprisingly celebratory portrayal that emerges from exemplum 5.1.11 in the chapter titled de humanitate et clementia, where Antonius is the spokesman of the chapter’s virtues. Valerius’ strategic disposition of the material about Antonius, a key figure in the process of transition between Republic and Principate, reveals the presence of anxieties and contradictions in a text normally regarded as in alignment with Augustan ideology. The article argues that, through the portrayal of Antonius, Valerius interrogates the reader about the fractures between the two political systems and about potentially problematic topics, such as the loss of some values during the civil wars.

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Sulla ricezione di Virgilio bucolico: il caso dell’ Ecl. 4 di Calpurnio Siculo

Abstract

Lo studio della ricezione delle Bucoliche di Virgilio deve tenere conto di dinamiche complesse, determinate dall’eterogeneità che caratterizza il genere pastorale fin dalle sue origini. Questo intervento elabora una lettura della quarta ecloga di Calpurnio Siculo, proponendo di indagarne le linee di continuità, più che le deviazioni, rispetto al modello delle Bucoliche Il misterioso silenzio di Coridone nell’incipit dell’ecloga (vv.1-4), la dolcezza attribuita al suo canto (vv. 9), l’elogio del patrono Melibeo (vv. 29-42), i temi della succession e poetica (vv. 58-63) e del potere orfico del canto (vv. 64-69), il ricorso all’onomastica tradizionale dei pastori (con annessa allusione al “passato bucolico” dei personaggi) sono esaminati nella loro interazione con l’intertesto virgiliano. Lo scopo è d i mettere in luce le strategie con cui Calpurnio Siculo fa uso degli strumenti espressivi e tematici messi a disposizione dal modello di Virgilio per sviluppare un discorso politico, senza rinnegare l’appartenenza della propria poesia al genere pastorale. 


Reception studies on Virgil’s Eclogues must take into account complex dynamics, determined by the heterogeneity that characterizes the pastoral genre from its origins.
This paper offers a reading of Calpurnius Siculus’ 4th Eclogue, proposing an investigation of its lines of continuity, rather than deviations, from the model of Virgil’s Eclogues. The mysterious silence of Corydon in the Eclogue’s incipit (vv. 1-4), the sweetness attributed to his song (v. 9), the praise of his patron Meliboeus (vv. 29-42), the themes of poetic succession (vv. 58-63) and of the Orphic power of song (vv. 64-69), the use of the shepherds’ traditional names (with an allusion to the characters’ ‘bucolic past’) are examined in their interaction with the Virgilian intertext. This analysis aims to highlight Calpurnius Siculus’ ability to exploit the expressive and thematic tools provided by Virgil’s model and develop a political discourse without denying that his own poetry belongs to the pastoral genre.

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Imparare dai peggiori: il modello dei tiranni senecani nei Punica di Silio Italico

Abstract

L’obiettivo del presente lavoro è quella di indagare la fortuna del personaggio del tiranno, tipico della tragedia senecana, nei Punica di Silio Italico, con particolare attenzione al tema della consapevolezza dell’agire del tiranno. Come, infatti, personaggi quali Lico, Atreo ed Egisto mostrano, in Seneca, di essere intenzionalmente crudeli nei confronti dei loro avversari, e arrivano a teorizzare apertamente il principio per cui uccidere il proprio nemico sarebbe, paradossalmente, atto di clemenza – mentre il vero esercizio di potere consiste nel prolungare indefinitamente la sua sofferenza –, così anche Annibale nel poema siliano arriva a teorizzare che il massimo artificio della crudeltà consista nel risparmiare la vita del proprio oppositore per riservarlo a pene ancora maggiori, in una sorta di ‘condanna a vita’ che supera persino la condanna a morte. 


The purpose of the present paper is to investigate the reception of the ‘tyrant’ character, typical of Senecan tragedy, in Silius Italicus’ Punica, with particular attention to the theme of the tyrant’s self-awareness. In Seneca, characters such as Lycus, Atreus, and Aegisthus are intentionally cruel to their opponents, and go so far as to openly theorize the principle that killing one’s enemy would, paradoxically, be an act of mercy – while the real exercise of power consists in indefinitely prolonging their suffering; in the same way, Hannibal in the Punica decides to spare the life of his opponents in order to impose on them a greater punishment, in a kind of ‘life sentence’ that even exceeds the death sentence.

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Nostalgia, rimpianto e memoria nell’ultimo Cicerone: una lettura del Brutus

Abstract

Il contributo ha lo scopo di esplorare l’ambito delle rappresentazioni lessicali e metaforiche che ruotano intorno alla sfera del desiderium nel Brutus di Cicerone. L’indagine si incentra sul procedimento attraverso il quale, dopo aver collocato in posizione proemiale il tema della perdita di Ortensio – simbolo della generazione di oratori che, al contrario di quella contemporanea all’Arpinate, ha avuto la possibilità di esprimersi liberamente in pubblico, prima delle derive autocratiche del potere cesariano – ed averne fatto quindi il punto di partenza del processo emotivo, Cicerone si descrive immerso in una condizione di triste desiderium. Tale motus animi si declina in due esiti differenti: da un lato come risposta affettiva che muove dalla singola esperienza di un uomo per configurarsi quale sentimento che appartiene all’intera collettività privata della “voce” dell’eloquentia; dall’altro come risposta intellettiva eseguita dalla memoria, pubblica e privata, per ripensare l’eloquenza e le categorie di pensiero in funzione delle nuove generazioni di cui Bruto è simbolo.


This paper aims at pointing out the lexical and metaphorical representations of desiderium in Cicero’s Brutus. The Modern criticism of nostalgia in ancient Rome concern love and exile elegy, while this paper deals with the emotional process in Cicero’s work: it starts with a phase of perception, represented by the absence ensuing from Hortensius’ death, resulting in two different outcomes. The first one is the affect-laden response, the dolor, seen as a reaction of the whole of community, since Hortensius represents here the “voice of oratory”, lost as a consequence of Caesar’s autocracy; the other one is the intellectual response, the use of private and public memory, a reference to the past designed to embody the traditional categories of speech and thought in a form that is appropriate to the present and useful for the future.  

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Progetto di edizione commentata della prima decade del De rebus Siculis di Tommaso Fazello

Abstract

 L’articolo presenta i caratteri e gli obiettivi di un’edizione, completa di traduzione e commento, del secondo e terzo libro della prima decade del De rebus Siculis di Tommaso Fazello (1498-1570). L’opera, apparsa per la prima volta a Palermo nel 1558, offre una completa e dettagliata descrizione geografica della Sicilia, supportata da un accurato esame autoptico e da un’attenta lettura delle fonti classiche, con particolare interesse per l’antichità. L’obiettivo generale dell’edizione è offrire uno strumento sicuro e aggiornato per l’utilizzo di quest’opera. Nel commento, in particolare, è stato affrontato il problema del metodo di Fazello e del suo debito nei confronti della ricerca antichistica precedente. Il suo testo, infatti, è stato finora quasi sempre considerato, acriticamente, il risultato di un’indagine esclusivamente autoptica. Al termine dell’articolo, viene discusso un passo del De rebus Siculis di controversa interpretazione, in cui il termine obsitus sembra avere l’insolito significato di ‘incolto’. 


 The article presents the characters and objectives of an edition, complete with translation and commentary, of the second and third books of the first decade of >De rebus Siculis by Tommaso Fazello (1498-1570). The work, which first appeared in Palermo in 1558, offers a complete and detailed geographical description of Sicily, supported by an accurate autoptic examination and a careful reading of the ancient written sources, with particular interest in classical antiquities. The overall aim of the edition is to offer a safe and up-to-date tool for the use of this work. The commentary, in particular, addresses the problem of Fazello’s method and his debt to the antiquarian research that preceded him. His text, in fact, has until now almost always been considered, uncritically, the result of an exclusively autoptic investigation. At the end of the article, a passage from De rebus Siculis of controversial interpretation is discussed, in which the term obsitus seems to have the unusual meaning of ‘uncultivated’.  

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Note a Ov. epist. 6: a scuola di ethopoeia

Abstract

Nelle Epistulae Heroidum, Ovidio immagina che cosa e secondo quali modalità un’eroina del mito, sedotta e abbandonata e, in generale, lontana dal proprio partner, sia in grado di scrivere a costui, per esortarlo a ricambiare il sentimento d’amore, approfittando dell’occasione per raccontare la propria verità dei fatti, senza che questa sia filtrata dal sistema di valori dell’universo maschile. L’ipotesi è che alla base delle Heroides ci sia l’etopea, un praeexercitamen che, secondo la manualistica in lingua greca, nel genere epistolare trova terreno fertile, in quanto la lettera è lo strumento più idoneo all’espressione dell’ethos e degli adfectus dell’individuo, che si riversano nella scrittura. Nel tentativo di cogliere i dettagli della plausibile presenza dell’ethopoeia, si indagherà non solo la produzione ovidiana, ma anche la precettistica in lingua greca e latina, prendendo in esame, nello specifico, le parole di Ipsipile (Ov. epist. 6), la quale non si limita a persuadere il suo amato (suasoria), ma finisce per tratteggiare il suo ethos (ethopoeia), un ethos che inevitabilmente condiziona il modo in cui ella si rivolge a Giasone. 


 In Epistulae Heroidum, Ovid imagines what and how a heroine of myth, seduced and abandoned, and, in general, away from her partner, is able to write to him, in order to urge him to return love, taking the opportunity to tell her own version of the story, without it being filtered by the value system of the male universe. The hypothesis is that, at the core of Heroides, there is the ethopoeia, a praeexercitamen that, according to Greek manuals, finds fertile ground in the epistolary genre, because the letter is the most suitable tool for expression of ethos and adfectus of the individual, which converge into the writing. In an effort to grasp the details of the plausible presence of ethopoeia, we will investigate not only the Ovidian production, but also the Greek and Latin precepts, by examining, in particular, the words of Hypsipyle (Ov. epist. 6), who does not merely persuade her beloved (suasoria), but ends up describing her ethos (ethopoeia), an ethos which inevitably conditions the way she addresses Jason.

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