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ClassicoContemporaneo.eu
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Autore: Gian Mauro

Pietro Li Causi

Pietro Li Causi è Ricercatore TT presso l’Università degli Studi di Siena, ed ex Ricercatore TDA in Lingua e letteratura latina presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Ex dottore di ricerca in Filologia e cultura greco-latina, ed ex assegnista di ricerca e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Palermo, dove ha insegnato Cultura latina e Lingua e letteratura latina, attualmente fa parte, in qualità di membro aggregato, del network “GDRI Zoomathia (Transmission culturelle des savoirs zoologiques – Antiquité-Moyen Âge)”. Autore di numerosi contributi sulla storia della letteratura e sull’antropologia del mondo antico, si è occupato di autori come Aristotele, Plutarco, Ovidio, Plinio il Vecchio, Cicerone, Seneca, dell’etno-zoologia e della paradossografia dei Greci e dei Romani e di antropologia del dono nel mondo antico. Ha pubblicato recentemente In principio erano i mostri (inSchibboleth 2022) e Gli animali nel mondo antico (Il Mulino 2018), e ha curato, assieme a Roberto Pomelli, L’anima degli animali (Einaudi 2015). Per i tipi della Palumbo, ha pubblicato Sulle tracce del manticora (2003), Generare in comune (2008) e Il riconoscimento e il ricordo (2012). Per maggiori dettagli, visita le sue pagine personali: https://unisi.academia.edu/PietroLiCausi e https://pietrolicausi.wordpress.com

Riflessioni sul “De beneficiis” di Seneca: per una pragmatica del dono

Nel De beneficiis di Seneca l’ingratitudine è interpretata come fenomeno alla base della stasi del bene facere e del decadimento della società in generale, ma essa è anche spia della logica utilitaristica sottesa alla pratica benefica. L’analisi pragmatica condotta su De ben. 7, 29, 1s. e 7, 32, 1 permette di evidenziare come il dans, abbandonando le disfunzionali strategie di comunicazione, abbia la possibilità di agire sul comportamento dell’accipiens. Il dans, a dispetto dell’ingratitudine dell’accipiens, è eticamente obbligato ad assolvere al suo ruolo elargendo nuovi benefici (pertinacia in dandum che è segno di bona voluntas) e grazie alla reiterazione del dono riesce a rendere grato l’accipiens e a dare avvio al meccanismo di reciprocità. L’abbandono della logica della computatio, che proviene dal concetto di bene ponere e che implica il binomio oppositivo damnum/lucrum, e l’adozione di un’idea non utilitaristica di beneficium, non è utile semplicemente alla realizzazione di entrambi gli attori, ma dà pragmaticamente inizio a un processo di “contagio di virtù” che ha il valore aggiunto di porre fine all’ingratitudine dell’accipiens.

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Rappresentazioni del dono nella cultura romana. Teoria e prassi del “beneficium”: dal “De officiis” di Cicerone al “De beneficiis” di Seneca

Il lavoro di ricerca da me svolto si propone di analizzare le rappresentazioni del dono nella cultura romana a partire dagli unici due testi della latinità che mettono a punto una teorizzazione esplicita dello scambio di beneficia, ossia il De officiis di Cicerone e il De beneficiis di Seneca. Gli studi su questi trattati si sono concentrati principalmente sulla ricostruzione delle fonti stoiche ispiratrici delle opere. L’approccio da me proposto cerca, invece, di fornire un esame in chiave antropologica del tema del beneficium, il quale presenta numerose analogie con il motivo del dono e della sua necessaria restituzione, tema classico negli studi antropologici. Per entrambi gli autori il beneficium è il perno attorno al quale ruotano i rispettivi progetti di riforma sociale perché svolge l’essenziale funzione di fondare la società creando e mantenenedo i legami interpersonali, ma mentre per Cicerone le pratiche benefiche devono ispirarsi all’utilitas communis, per Seneca il motore principale della beneficentia sono benevolentia e amor che soli possono garantire la salvaguardia della relazione e della reciprocità. Uno degli scarti più significativi tra le rappresentazioni dei due autori si può, quindi, cogliere nell’estrema attenzione riservata dal filosofo di Cordoba alla relazione e al valore di legame che si viene a creare tramite lo scambio di beneficia. L’importanza del contesto relazionale emerge in numerosi passi del trattato ed è evidente anche nell’operazione senecana di riscrittura della nozione di perdita del beneficio. Il nesso tra dono e perdita, infatti, attraversa come un filo rosso il De beneficiis di Seneca e può essere utilizzato come “grimaldello euristico” per comprendere la più generale operazione senecana di ristrutturazione delle categorie usate dalla cultura romana per definire lo scambio di prestazioni. Questo singolo caso di studio offre, inoltre, la possibilità di riflettere su dinamiche più generali di ordine socio-antropologico legate al sistema del dono e del sacrificio ad esso collegato.

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Uso e ‘abuso’ degli “auctores”: nota al modo di citare dei grammatici

Le due citazioni classiche, rispettivamente di Lucilio e Orazio, contenute nel passo del De orthographia dello pseudo-Capro (GL VII 98, 1-4) hanno attirato l’attenzione sul modo di citare dei grammatici tardoantichi e dello pseudo-Capro in particolare. L’indagine condotta sulla citazione oraziana lactea laudas brachia, considerata solo dal Bentley variante di tradizione indiretta, valida e da porre a testo rispetto al cerea brachia tràdito dai manoscritti, ha messo in luce alcuni risultati interessanti. Sono state chiarite le basi che avevano spinto il Bentley ad operare la sua scelta; inoltre, l’analisi circa l’uso, nella poesia latina, e più nello specifico in Orazio, degli aggettivi cereus e lacteus, ha permesso di attribuire lo status di unicum poetico al sintagma cerea brachia di Odi II 13, 2s. e, allo stesso tempo, di far luce sulla notevole disinvoltura che lo pseudo-Capro impiegò nell’estrapolare citazioni classiche da inserire come exempla nel suo trattato.

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“Lactentes ficus” e “lactentia coagula”. Una riflessione su Caper. “Gramm.” VII 98, 2s. = Lucil. 1198 M.

Un passo problematico del De orthographia dello Ps.-Capro (Caper. Gramm. VII 98, 2s.: lactens lacte abundans ut lactentes ficus Lucilius dicit lactentia coagula cum melle bibi) tramanda un verso di Lucilio (Lucil. 1198 M.): sulla costituzione del testo di questo frammento non c’è accordo tra gli studiosi. Nel presente contributo, l’autore attribuisce a Lucilio l’esametro incompleto lactentes ficus cum melle bibi: la locuzione lactentes ficus è un’espressione gastronomica che indica ‘formaggio fresco e molle cagliato con il lattice di fico ed avvolto (nonché insaporito) da foglie di fico’. Le parole lactentia coagula non appartengono né a Lucilio né ad un altro auctor antico: esse sono una glossa vergata dal grammaticus per chiarire che Lucilio, nel passo citato, sta parlando di ‘formaggio con abbondanza di latte, cremoso’ (lactentia coagula). L’intera frase dello Ps.-Capro può essere tradotta come segue: «Lactens significa ‘con abbondanza di latte’, per esempio: “ficus lactentes” (Lucilio intende ‘formaggi con abbondanza di latte’) “ho bevuto col miele”».

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Seneca e i suoi molteplici modelli: alcune suggestioni intertestuali in “Ep.” 82 e 95

Scopo del presente contributo è quello di estendere l’intervento di Costa investigando l’influenza di alcuni grandi modelli romani nello sviluppo di alcuni temi fondamentali della filosofia senecana, che emergono dalle Ep. 82 and 95 (con poche parole anche riguardo ad altre epistole). Per quanto riguarda il primo tema, ovvero la critica degli accessi di astrattismo degli Stoici nei sillogismi, vorrei proporre alcuni confronti con Cicerone (per la ripresa di alcune parole-chiavi come interrogatiuncula) e Orazio (per l’influenza di un certo ‘bionismo’ in Sat. II 3 and I 4). Quindi, in riferimento al secondo tema, ovvero la degradazione dei tempi moderni, per adeguarsi ai quali la virtù è costretta a raggiungere forme di speculazione sempre più complessa, suggerisco una lettura intertestuale tra Seneca e Seneca il Vecchio (Con. 2, 1, 18).

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“Solito vehementius aliquid”. Le esigenze della morale tra nuovo e antico in alcune epistole senecane

Analizzando le lettere 95 e 82 di Seneca si possono avanzare considerazioni sull’idea dell’autore a proposito dell’evoluzione della scienza filosofica. La prima lettera contempla la necessità di unire i più evoluti decreta ai più semplici praecepta, dal momento che Seneca crede che l’antica simplex virtus sia ormai incapace di contrastare le moderne forme del vizio; d’altra parte il filosofo non disconosce l’importante ruolo giocato nell’educazione morale dagli esempi degli antichi protagonisti della storia romana. Tale opinione è confermata dalla lettera 82 nella quale i richiami ai fatti e detti del buon tempo antico controbilanciano gli eccessi della filosofia moderna. I confronti con Cicerone, Orazio e Seneca retore pongono in evidenza l’importanza di Seneca nella letteratura filosofica della prima età imperiale e i suoi sforzi per rinnovare il suo repertorio paradigmatico.

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A proposito di “sicilicissitat” (“Menaechmi” v. 12)

Questo lavoro si propone di mostrare il significato autentico di sicilicissitat presente nei Menaechmi al verso 12. Questa parola è stata interpretata in modo diverso e talvolta erroneamente. Secondo le interpretazioni proposte dagli studiosi moderni la discussione si è ulteriormente complicata a causa della ricostruzione etimologica del verbo. Per tornare al vero significato della sicilicissitat da Plauto, ho analizzo l’uso della parola sicilicus in autori latini; poi ho discusso le ipotesi di ricostruzione etimologica e semantica proposte dagli autori ed ho messo in evidenza il significato più interessante di sicilicus relativo al suo valore nel sistema monetario.

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Per un’edizione del prologo dei “Menaechmi”

Nel prologo dei Menaechmi, così come si presenta nella tradizione manoscritta, rappresentata in questo caso dai soli Palatini, sono state rilevate incoerenze ed incertezze tali da evocare l’ombra di un retractator e da proporre l’espunzione di questo o quel verso o, ancora, una differente disposizione dei versi (da ultimo Gratwick traspone i vv. 72-76 dopo il v. 10, ipotesi accolta anche nella recente edizione di de Melo). Forse quelle che sono state avvertite come difficoltà messe in conto a tagli, aggiunte e rifacimenti successivi dipendono invece dalla vena di Plauto, dal suo gusto per certe ‘potenzialità’ della vicenda, anche a scapito di qualche incoerenza, e soprattutto dalla logica stessa della comunicazione teatrale. Invece quanto al v. 13, una diversa lettura metrica, con due iati stilistici, risolverebbe i problemi testuali.

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L’ordine delle parole in latino alla luce dell’analisi in costituenti: esempi dal sintagma nominale

Il termine “sintagma” è noto non solo in ambito linguistico, ma anche in quello filologico. Tuttavia in quest’ultimo si fa riferimento al sintagma per lo più nel suo significato etimologico di “composizione” e/o “combinazione” di elementi, dunque con un’accezione diversa rispetto a quella diffusa in linguistica. Lo scopo principale di questo lavoro è di illustrare il concetto di sintagma (o “costituente”) così come viene correntemente utilizzato in linguistica, cioè nell’accezione di una sequenza di elementi linguistici che costituisce un’unità sintattica. Oltre a ciò, saranno discussi degli esempi di espressioni nominali latine selezionate da un corpus che include la produzione letteraria di autori attivi dalle origini della letteratura latina fino al IV secolo d.C. Si noterà che l’ordine delle parole del latino è molto libero, ma può essere spiegato e compreso alla luce di una struttura sintattica precisa che include un ordine di base e altri ordini derivati mediante diversi tipi di movimento sintattico.

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