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ClassicoContemporaneo.eu
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Autore: Vincenzo Patricolo (a cura di)

Alcesti e la situazione drammatica della fine

 Abstract 

Il contributo indaga le rappresentazioni dell’atto devozionale di Alcesti mettendo a confronto alcune formalizzazioni del mito nello spazio culturale greco e latino. A partire da una rilettura di un frammento di Frinico, si propone di tornare a riflettere sul soggetto dell’azione di logoramento, tradizionalmente interpretato in relazione al finale eracleo del dramma di Euripide. Alla luce delle ulteriori varianti dello scioglimento, in Platone, nel Carmen de Alcestide e nell’iconografia funeraria, si osserva che è la situazione poetica della morte dell’eroina a essere connotata attraverso la semantica del “logorio”, mostrandosi come invariante del racconto mitico al di là del suo esito pessimistico o salvifico.

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Drammaturgie del mito tra ricerca, didattica e pratica

 Abstract 

Il presente contributo ha per oggetto alcune attività didattiche e di ricerca sperimentate da chi scrive all’Università IULM di Milano, incentrate sulle varianti del mito (in ambito specificamente teatrale), e si colloca nel quadro più ampio della collaborazione tra accademia e teatro e della cosiddetta “ricezione classica” in Italia. Nei casi di studio considerati, i testi classici sono messi a confronto sistematicamente con la loro tradizione: traduzioni, riscritture e adattamenti, antichi e moderni, ma anche allestimenti contemporanei, dove le storie e i personaggi antichi subiscono inevitabili metamorfosi. Il percorso si completa, quando possibile, affiancando allo studio teorico-critico dei testi la visione diretta di spettacoli classici (o loro registrazioni video) e la pratica scenica – con gli studenti – di scrittura drammaturgica individuale o collettiva, finalizzata alla performance sotto varie forme nei laboratori teatrali universitari: quelli dedicati rispettivamente alla Pace aristofanea e alle riscritture Medea e le sue sorelle e Dialoghi di Persei e Meduse hanno coinvolto nell’arco di più anni studenti, docenti e ricercatori afferenti a vari progetti dipartimentali e al corso di Arti e Drammaturgia del Mondo Classico.

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Euripide, Alcesti 509-567

L’articolo che segue, scritto da Anna Beltrametti e Agnese Grieco, molto felicemente inaugura la sezione Titubanti Testi. Felicemente, perché il confronto condotto tra una studiosa, specialista di teatro antico, e una regista e saggista, che parte quindi da approcci disciplinari differenti, in realtà si trasforma in un proficuo e armonico dialogo che svela la liminarità caratterizzante la costruzione drammatica dell’Alcesti come la traccia più evidente dell’essenza metafisica del genere teatrale stesso, in sospeso tra finzione e realtà. Il testo che segue ripropone in forma rivista il Binomio di lettura nei Titubanti Testi 10 tenutosi nel luglio 2024, nel quale Grieco aveva proposto il passo dell’Alcesti e Beltrametti aveva accettato di discuterlo.

 Abstract 

Il passo dell’Alcesti, proposto da Agnese Grieco è tratto dall’arrivo di Eracle che entra in scena e dialoga con Admeto. Nella prima parte, Anna Beltrametti si concentra sul ruolo svolto da Eracle, la cui comparsa marca il punto dove si intersecano il tema del lutto e quello dell’ospitalità. In particolare, il dialogo tra Admeto ed Eracle mette in evidenza il tema del limen che caratterizza Alcesti stessa, sempre in bilico tra due dimensioni (dentro e fuori, morte e vita, estraneità e intimità). Beltrametti vuol soprattutto liberare Alcesti dal velo, un congegno teatrale che, pur non comparendo nel testo di Euripide, sin dai commentatori antichi ha fortemente influenzato, normalizzandola, la figura dell’eroina, la quale in realtà si fa carico di un filo tematico sotterraneo che va al di là della vicenda rappresentata e punta sul lavoro della rappresentazione stessa, cioè sul fare teatro e sul senso del teatro per l’autore e per il pubblico. Il paradosso di questa Alcesti è, secondo Beltrametti, il paradosso del teatro, luogo liminale par excellence e luogo franco di tutti i transiti, di tutte le contaminazioni, di tutte le dislocazioni di tempo e di spazio.

In una non prevista coincidenza di intenti la riflessione di Agnese Grieco, che ha in preparazione un libro sull’Alcesti, per quanto in un registro stilistico e argomentativo diverso, si pone in continuità con il discorso condotto da Beltrametti. Infatti, è proprio il limen tra praxis scenica e riflessione filosofica a fare partire le sue riflessioni mirate a sottolineare le caratteristiche altamente autoriflessive del dramma come luogo di una sofisticata e totalizzante metatrealità. Tale caratteristica viene messa in evidenza proprio dall’avvento di Eracle nella scena discussa. In particolare, Grieco vuol disvelare un’anomalia drammaturgica: sul piano, della realtà della rappresentazione, di quello che noi spettatori vediamo in palcoscenico, a livello della realtà scenica, la sposa di Admeto è personaggio, più assente che presente. Nella sua assenza/presenza Alcesti, di fatto, è e al tempo stesso non è protagonista del dramma. Ma la dualità che scaturisce dalla mirabile costruzione euripidea – ci mette in guardia Grieco – è un due che non indica addizione, soluzione della dualità in una somma o fusione, ma al contrario segnala la coesistenza degli opposti: dell’uno contro l’uno.

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The Furor of the Mother-Wife. The Monstrous Metamorphosis of Jocasta in Seneca’s Oedipus and The Phoenician Women

 Abstract 

Questo articolo esamina le variazioni sul mito di Edipo nell’Oedipus e nelle Phoenissae di Seneca, analizzando i cambiamenti nella rappresentazione di Giocasta rispetto ai modelli attici. Le tragedie di Seneca presentano i protagonisti come mostri, secondo una sequenza di tre categorie tragiche: dolor, furor, nefas. Questa rappresentazione non riguarda solo Edipo, ma anche Giocasta, il cui corpo incestuoso in queste riscritture viene esibito. La sua furiosa follia è visibile nei riferimenti a figure mostruose e nell’ambiguità di alcuni suoi interventi. La pericolosità di Giocasta è più che mai associata alla sua sessualità, un tema che diventa centrale nella rielaborazione di Seneca del mito di Edipo.

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L’eroe azzurro. Ganimede nel romanzo latino

 Abstract 

Scelto dal padre divino come eromenos, catturato e portato tra le nuvole nelle terre immortali, Ganimede è ricompensato con la primavera eterna e con l’incarico di distillare nettare per sempre. Ci troviamo di fronte a un mito caro all’antichità, che ha offerto molti soggetti all’arte e alla letteratura classica. Il contributo indaga – in prospettiva comparatistica, simbolica e antropologica – la sua ripresa nei romanzi latini di Petronio e Apuleio. Opere che parimenti consentono al lettore di ricostruirne la struttura e recuperarne i due ‘capi’: quello omoerotico e quello ‘iniziatico-ascensionale’.

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Il teatro di Seneca alla prova del tempo. La Medea di Christa Wolf

 Abstract 

Nell’ampia rivalutazione della produzione tragica senecana, si distingue la prospettiva dei Reception studies, che costituisce a tutti gli effetti uno dei filoni più notevoli di variazioni del mito. Entro questo ambito merita particolare considerazione il romanzo della scrittrice tedesca Christa Wolf Medea. Voci. In un più generale interesse per le fonti antiche ed in particolare pre-euripidee relative al mito di Medea, la Wolf ha ben presente la versione senecana del mito, di cui si serve in maniera esplicita, modellando su di essa alcuni segmenti significativi della sua brillante costruzione narrativa.

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Prima sonat quartae, respondet quinta secundae; tertia cum sexta nomen habebit avis. Giocare con le parole negli indovinelli latini

 Abstract 

Se si eccettuano le raccolte altomedievali di Simposio e dei poeti anglici (Aldelmo, Tatuino, Eusebio), il genere dell’indovinello appare assai poco testimoniato nella letteratura latina. In questo contributo vengono analizzati e discussi alcuni esempi di indovinelli anonimi, con una particolare attenzione a quelli dove la soluzione (o le soluzioni) può essere trovata solo attraverso un gioco di parole molto simile a quelli dell’enigmistica moderna.

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«Al fine di tutt’i disii»: osservazioni su Dante (Pupi Avati, 2022)

 Abstract 

Questo articolo intende proporre un’analisi del film Dante (2022) di Pupi Avati. In primo luogo, si discutono le caratteristiche dei film ambientati nel Medioevo e si considerano le strutture narrative solitamente adottate in questo genere cinematografico. Sono poi riconosciuti nel film i temi principali tipici della filmografia di Avati: amicizia, tradimento, passione per l’avventura, fascinazione per la magia e la morte, ecc. In seguito, si esamina la struttura del film e il significato nella trama del viaggio, sia reale sia metaforico, che Boccaccio compie da Firenze a Ravenna per incontrare la figlia di Dante. Il regista cerca di recuperare il vero Dante e a tale fine sceglie di mettere in scena soprattutto la giovinezza del poeta e il suo amore per Beatrice, perché Dante, a suo parere, è concepibile solo come un ragazzo eternamente giovane e innamorato.

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Il colore della pelle: tra letteratura antica e pubblicità contemporanea

 

Il dibattito sul colore nero di pelle nel mondo greco-romano e sulla sua percezione va avanti da oltre mezzo secolo principalmente oltreoceano. Frank M. Snowden Jr. è l’autore di due monografie apri-pista della questione: Blacks in antiquity. Ethiopians in the Greco-Roman experience (1970) e Before color prejudice. The ancient views of Blacks (1983), sebbene un’indagine accennata del problema si possa riscontrare già prima della pubblicazione della prima monografia di Snowden in titoli quali The negro in Greek and Roman civilization: a study of the Ethiopian type (1929) di Grace H. Beardsley e Juvenal and the Blacks (in Classica et Mediaevalia 31, 1970) di David Wiesen. Snowden escludeva l’idea di una società greco-romana biologicamente razzista in senso moderno; piuttosto le attribuiva preferenze estetiche che prediligevano un colore della pelle non scuro.

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