Scelto dal padre divino come eromenos, catturato e portato tra le nuvole nelle terre immortali, Ganimede è ricompensato con la primavera eterna e con l’incarico di distillare nettare per sempre. Ci troviamo di fronte a un mito caro all’antichità, che ha offerto molti soggetti all’arte e alla letteratura classica. Il contributo indaga – in prospettiva comparatistica, simbolica e antropologica – la sua ripresa nei romanzi latini di Petronio e Apuleio. Opere che parimenti consentono al lettore di ricostruirne la struttura e recuperarne i due ‘capi’: quello omoerotico e quello ‘iniziatico-ascensionale’.
Il contributo indaga le rappresentazioni dell’atto devozionale di Alcesti mettendo a confronto alcune formalizzazioni del mito nello spazio culturale greco e latino. A partire da una rilettura di un frammento di Frinico, si propone di tornare a riflettere sul soggetto dell’azione di logoramento, tradizionalmente interpretato in relazione al finale eracleo del dramma di Euripide. Alla luce delle ulteriori varianti dello scioglimento, in Platone, nel Carmen de Alcestide e nell’iconografia funeraria, si osserva che è la situazione poetica della morte dell’eroina a essere connotata attraverso la semantica del “logorio”, mostrandosi come invariante del racconto mitico al di là del suo esito pessimistico o salvifico.
Nell’ampia rivalutazione della produzione tragica senecana, si distingue la prospettiva dei Receptionstudies, che costituisce a tutti gli effetti uno dei filoni più notevoli di variazioni del mito. Entro questo ambito merita particolare considerazione il romanzo della scrittrice tedesca Christa Wolf Medea. Voci. In un più generale interesse per le fonti antiche ed in particolare pre-euripidee relative al mito di Medea, la Wolf ha ben presente la versione senecana del mito, di cui si serve in maniera esplicita, modellando su di essa alcuni segmenti significativi della sua brillante costruzione narrativa.
L’articolo propone una sperimentazione didattica inserita nell’ambito del progetto Europa Ciceroniana, a partire dalla richiesta di analisi linguistica, retorica e contestuale dell’orazione Pro Archiapoeta di Marco Tullio Cicerone condotta dalla classe VA del Liceo delle Scienze Umane “Contessa Tornielli Bellini” di Novara, insieme alle Prof.sse Tiziana Paracino e Rebecca Vittoria Ferrassa Urani. Agli studenti è stato chiesto di sperimentare il ruolo dell’insegnante che deve concretamente commentare il passo della peroratio dell’opera in oggetto e condividere con ipotetici alunni, ai quali viene successivamente proposto un dossier di documenti, da loro stessi elaborato, che consenta di esercitare la capacità riflessivo-argomentativa scritta, come avviene nel caso delle prove scritte previste per l’Esame di Stato.
Il contributo prende in esame alcune varianti del mito di Enea, nelle quali l’eroe agisce come un traditore della sua città oppure abbandona Troia prima della sua caduta o, viceversa, è protagonista dell’espansione troiana verso occidente dopo la vittoria nella guerra contro gli Achei. In particolare, gli echi di queste varianti sono esplorati nell’Eneide di Virgilio e nel cosiddetto Discorso troiano del retore Dione di Prusa.
Il presente contributo ha per oggetto alcune attività didattiche e di ricerca sperimentate da chi scrive all’Università IULM di Milano, incentrate sulle varianti del mito (in ambito specificamente teatrale), e si colloca nel quadro più ampio della collaborazione tra accademia e teatro e della cosiddetta “ricezione classica” in Italia. Nei casi di studio considerati, i testi classici sono messi a confronto sistematicamente con la loro tradizione: traduzioni, riscritture e adattamenti, antichi e moderni, ma anche allestimenti contemporanei, dove le storie e i personaggi antichi subiscono inevitabili metamorfosi. Il percorso si completa, quando possibile, affiancando allo studio teorico-critico dei testi la visione diretta di spettacoli classici (o loro registrazioni video) e la pratica scenica – con gli studenti – di scrittura drammaturgica individuale o collettiva, finalizzata alla performance sotto varie forme nei laboratori teatrali universitari: quelli dedicati rispettivamente alla Pace aristofanea e alle riscritture Medea e le sue sorelle e Dialoghidi Persei e Meduse hanno coinvolto nell’arco di più anni studenti, docenti e ricercatori afferenti a vari progetti dipartimentali e al corso di Arti e Drammaturgia del Mondo Classico.
Whereas in the past, Book VII of The Natural History was read as a chaotic accumulation of data, this contribution seeks instead to identify an underlying logic in Elder Pliny’s “fabrication” of the human. In this context, the aim of the Roman author seems not so much to define an ousia as to outline an anti-essentialist anthropology, far removed from the dictates of Aristotelian finalism and defined by the perimeter delineated by the primates, excesses, and exceptions that show Nature’s prodigious creativity and multiplicity.
La presenza del mito è uno degli elementi che maggiormente caratterizzano la produzione letteraria dell’antichità greco-romana: esso non solo fornisce gran parte del materiale narrativo ai suoi due generi più impegnati e influenti, l’epica e la tragedia, ma rappresenta anche un bacino inesauribile di riferimenti paradigmatici e forme di pensiero per molti altri generi, dalla lirica all’elegia, dalla storiografia all’oratoria e alla filosofia, per tacere dei riusi parodici in commedia, nella satira e nel romanzo. Tale pervasività del mito, che ne fa una sorta di codice universale del mondo antico, è al tempo stesso causa ed effetto della sua complessità: ciò che lo contraddistingue è infatti la sua natura dinamica, in virtù della quale esso non giunge mai a una forma univoca, ma è costantemente caratterizzato da ri-narrazioni, adattamenti, reinvenzioni, che dipendono dalla trasformazione dei contesti antropologici e socioculturali – si pensi al fenomeno della invention of tradition – ma anche dalle esigenze espressive dei diversi codici comunicativi e generi letterari. Come ha scritto Jean-Pierre Vernant, «il racconto mitico comporta sempre varianti, versioni multiple che il narratore trova a sua disposizione, che sceglie a seconda delle circostanze, del suo pubblico o delle sue preferenze personali, e dove lui stesso può sottrarre, aggiungere e modificare ciò che gli sembra necessario».
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La pluralità di varianti caratterizza i miti greci sin dalle loro più antiche attestazioni. Di fronte a tale pluralità, l’erudizione antica ha spesso adottato una postura dossografica, mentre la filologia moderna ha cercato di porre ordine comparando i diversi testimoni al fine di riconoscerne le possibili fonti. I limiti della tradizionale Quellenforschung sono evidenti, eppure l’attenzione filologica alle fonti resta fondamentale per una comprensione adeguata della mitologia antica. Negli ultimi decenni l’attenzione si è spostata dalle possibili fonti perdute dei testimoni che trasmettono il mito all’attenta analisi filologica di tali testimoni. Al fine di mostrare i risultati che questo approccio può apportare, questo articolo prende in esame uno scolio ad Apollonio di Rodi (4, 1515) che riporta il racconto di Ferecide dell’uccisione di Medusa da parte di Perseo. Lo scolio esaminato non viene considerato come un frammento isolato ed estrapolato dal suo contesto, ma come una nota a un determinato passaggio delle Argonautiche, e questo permette di spiegare l’omissione da parte dello scoliasta dell’episodio di Andromeda. Inoltre, una riconsiderazione della complessa tradizione testuale degli scoli ad Apollonio di Rodi permette di attribuire a Ferecide l’uso di uno specchio da parte di Perseo.
Il contributo prende in esame due aspetti dell’Iliona di Pacuvio, che – come è noto – si distingue per la sua trama innovativa, incentrata sul conflitto emotivo della protagonista, che deve affrontare il dolore per la morte del figlio Deifilo, da lei stessa scambiato con il fratello Polidoro e in conseguenza di ciò assassinato da Polimestore al posto di questo. La prima parte del lavoro riguarda la celebre scena dell’apparizione dell’ombra di Deifilo a sua madre. Dalla lettura integrata di alcune delle sue numerose testimonianze è possibile ricavare indicazioni di carattere performativo; tra queste, la presenza in scena di Iliona dormiente sin dall’inizio della rappresentazione sembra indubbia. Nella seconda parte del contributo è poi indagata la rilevanza culturale della tragedia pacuviana, che potrebbe avere influenzato Virgilio in maniera significativa, non solo nel contesto dell’episodio di Polidoro. Il personaggio di Iliona, infatti, è citato nell’Eneide in relazione a uno scettro, simbolo del potere di Troia, che probabilmente costituiva uno dei pignora imperii Romani e che era presente anche nel dramma pacuviano. Numerosi indizi inducono a ritenere l’Iliona, tragedia in cui la protagonista femminile sacrifica il proprio figlio per dare continuità al sangue troiano, un capitolo importante della reinterpretazione romana del mito troiano.
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