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ClassicoContemporaneo.eu
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Autore: Vincenzo Patricolo (a cura di)

Conversando con e su Pino Pucci

Il ricordo che ho di Pino Pucci come docente è quello di un maestro sui generis. Un uomo piuttosto taciturno, sempre impegnato in una molteplicità di attività intellettuali che a volte facevano sembrare ridicole le domande di uno studente alle prime armi. Non a caso aveva attaccato sulla porta del suo ufficio un elenco di FAQ (Frequently Asked Questions).

Ci siamo conosciuti nel 1992. Io cominciavo a frequentare il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena affascinato dall’idea di accostarmi a quegli studi. In quegli anni Siena era un punto di riferimento per la nuova archeologia italiana e il dipartimento era una fucina di seminari, laboratori e idee, con una classe docente assolutamente cosciente del momento storico. Io e tanti altri abbiamo avuto la fortuna di esserci in quel momento.

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The Concept of International Peace in Cicero’s and Kant’s Thought: Comparing Ancient and Modern Views

Abstract

The idea of peace has always been at the core of the debate concerning the development of international relations. By comparing Cicero’s and Kant’s thought, this article seeks to find a theoretical junction between ancient and modern views. Despite belonging to different eras, Cicero and Kant reach similar conclusions. Thanks to their high level of criticism towards the political dynamics of their time, these two authors anchor harmony to the domestic consolidation of Republican culture. However, it must be said that their arguments arise from different starting points. According to Cicero, history had made Rome responsible for the maintenance of inter-community balance. Therefore, his idea of pax was grounded on the solidity and superiority of Rome’s Republican institutions and virtues. On the contrary, Kant wishes for the independence of States. In his view, only a shared acceptance of the Republican form of government can bring to the peaceful cooperation of nations. In both Cicero’s and Kant’s standpoints, the absence of conflict is the outcome of the consolidation of the Republic. This is because Republican systems cannot be based on individualistic logics, but on social principles oriented to the achievement of the common good.

Il concetto di pace è sempre stato al centro del dibattito inerente ai meccanismi di sviluppo delle relazioni internazionali. Attraverso l’analisi comparata del pensiero ciceroniano e kantiano, il presente articolo si pone lo scopo di trovare un punto di raccordo teoretico tra visioni antiche e moderne sull’argomento. Seppure appartenenti a due ere estremamente distanti tra loro, Cicerone e Kant giungono a conclusioni pressoché similari in punto di principio. Grazie alla loro capacità critica nei riguardi della realtà politica caratterizzante i rispettivi tempi, entrambi gli autori ancorano il raggiungimento dell’armonia tra i popoli al consolidamento della cultura repubblicana. Tuttavia, mentre Cicerone teorizza una pax garantita dalla solidità delle istituzioni di Roma in quanto nazione superiore ed eletta dalla storia a responsabile degli equilibri tra le genti, Kant auspica l’indipendenza degli Stati, nonché la capacità di cooperare tra loro grazie ad un collettivo accoglimento della forma di governo repubblicana. Sia per Cicerone che per Kant, l’assenza di conflittualità internazionale sarà dunque il risultato di una stabilizzazione del sistema politico domestico in chiave repubblicana. Ciò avverrà perché la Repubblica, in quanto forma di governo ideale, rifiuta ideologicamente l’accoglimento di logiche personalistiche, basandosi invece su principi sociali orientati al raggiungimento del bene comune.

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Filologia vs. Fake news

Il mio intervento parte dalla constatazione che oggi più che mai la conoscenza deriva in minima parte dall’esperienza diretta di ognuno: in larghissima misura ciò che sappiamo è determinato da quello che altri dicono, e soprattutto scrivono, e dalla fiducia che noi riponiamo in loro.

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Ipotesti greci e questioni di identità in Conversazione su Tiresia di Andrea Camilleri

Abstract. Scopo di questo contributo è proporre una riflessione sui temi dell’identità in Conversazione su Tiresia di Andrea Camilleri alla luce del panorama letterario greco antico richiamato dall’autore. L’importanza di tale motivo emerge nelle battute iniziali e finali del monologo, dove Camilleri invita il pubblico a identificarlo con il protagonista. In particolare, il tema dell’identità di autore e voce narrante è complicato e arricchito dal rapporto con l’Odissea e dal fatto che lo stesso scrittore giochi con la possibilità di essere riconosciuto come un moderno Omero. La critica (se non proprio il rifiuto) di varianti del mito differenti dalla Melampodia mostrano, inoltre, uno sforzo nel tentativo di risolvere le contraddizioni (di fatto solo apparenti) tra alcuni ipotesti (l’Inno V di Callimaco, i Dialoghi delle cortigiane e il De astrologia lucianei). Da questo punto di vista, indagare tale panorama significa guardare anche alle origini dell’identità letteraria del pubblico della Conversazione attraverso uno dei modi in cui la cultura contemporanea interpreta e rielabora la letteratura greca antica appropriandosene consapevolmente e “identitariamente”.

 

Abstract. This paper analyses the theme of identity in Andrea Camilleri’s Conversazione su Tiresia by means of references to the ancient Greek hypotexts cited by the author. The first and final observations of the monologue, where Camilleri invites the public to identify him with Tiresias, suggest the importance of this theme to the understanding of the play. In particular, this motif is complicated and enriched by the connections between the Conversazione and the Odyssey as Camilleri plays with the possibility of being identified with Homer himself. The review of Hesiod’s and Callimachus’s different accounts about Tiresias’s blindness and of Lucian’s reports about the seer reveals Camilleri’s attempt to solve the apparent contradictions in the hypotexts. From this point of view, the analysis of these aspects also implies an evaluation of the cultural roots of Camilleri’s public by means of references to some of the terms through which contemporary culture receives and takes possession of ancient Greek literature.

 

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Ricordo di Pino Pucci

«Etimologicamente “confine” non vuol dire barriera, ma l’opposto: un fine comune, condiviso». Questa frase, attinta all’intervista a Pino Pucci che appena un paio d’anni fa apriva Antico e non antico, il volume di oltre seicento pagine con il quale amici, colleghi e allievi hanno voluto festeggiarlo, rende forse meglio di altre – o forse semplicemente insieme a molte altre che si affollano nella memoria di letture e conversazioni di chi ha avuto la fortuna di frequentarlo – il senso di una ricerca e di un dialogo e di una curiosità che fanno tutt’uno con la figura di Pucci, che non lo hanno mai lasciato sino agli ultimi giorni e che adesso affidano come un compito prezioso a chi ne prosegue la strada la cura di quella stessa capacità di condivisione, di quell’attenzione, e l’immagine di una luminosità dello sguardo che forse sarebbe difficile diversamente esprimere.

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Ricordo di Gianni Cipriani

«A Giovanni Cipriani, discepolo buono e intelligente, coi più fervidi auguri»: così, il 7 aprile del 1974, Emanuele Castorina omaggiava da Catania il suo promettente allievo con La lingua di Petronio e la figura di Trimalchione, estratto dal «Siculorum Gymnasium» del 1973 (n.s., XXVI,1).

Alla ricerca di Gianni tramite ogni sua traccia a cui mi è possibile accedere, le parole – nuove per me – rivolte dal prof. Castorina al promettente allievo, quasi ventisettenne, mi hanno colpito profondamente: in nuce, la sua cifra umana e professionale.

Aveva compreso tutto il prof. Castorina, che ha continuato a vivere sempre nel cuore e nella mente di quel suo «discepolo buono e intelligente»: lo affermo con gli occhi di un’alumna, che incontra, nel lontano 1993, colui che sarebbe diventato il suo Maestro, con il quale avrebbe condiviso per quasi 30 anni progetti e percorsi, battaglie, delusioni e speranze, dolori e soddisfazioni; ne parlo con la riconoscenza di chi è consapevole della fortuna di un incontro, che ha regalato identità alla sua esistenza; lo scrivo con il cuore colmo di amarezza e di dolore, per una morte che è sempre ingiusta, ma a volte lo è ancor di più.

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Ritualizzare l’indicibile, spezzare le forme: una riflessione su Riten di Ingmar Bergman e Le Baccanti di Euripide

Abstract

L’articolo ripercorre la riflessione sulla tragedia greca, in particolare sulle Baccanti di Euripide, sviluppata da Bergman nel corso degli anni ’60. Il focus non riguarda le messinscene teatrali delle Baccanti, ma si sofferma sui modi più sottili in cui il paradigma tragico influisce sulla sceneggiatura del lungometraggio per la televisione Il rito (1969). Ne emerge uno scavo approfondito dell’antichità classica da parte del regista, che attraverso la lente degli studi antropologici sul mondo antico affronta nel film il problema della persistenza del classico nella società contemporanea, da lui stesso indicato come un tema cruciale per la sua concezione dell’arte all’inizio degli anni ’60.

 

The article aims to reconstruct Bergman’s attitude towards ancient Greek tragedy focusing on the case study represented by the TV-movie The Ritual (1969). According to Bergman’s view of contemporary art as a parasite living in the snakeskin of ancient art, The Ritual shows a profound debt to Euripides’ Bacchae. The numerous allusions to the Euripidean tragedy lead to a peculiar appropriation of Greek drama. It corresponds to Bergman’s own artistical and theological idea about the limits of human condition when facing the divine: Videmus nunc per speculum et in aenigmate (1Cor. 13, 12).

 

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Quo vadis? in comics

The paper examines the comic versions – spanning from the second half of XX century to our days – of Sienkiewicz’ Quo vadis?, a novel that has enormously contributed to popularize ancient Rome with the general public.

Although they compress, change or even distort the literary work, such re-mediations may succeed in conveying a new meaning.

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Per amore e per interesse. Moventi e modelli dell’azione benefica nella riflessione antica

Abstract

A partire da alcuni modelli analogici che, nella riflessione antica tra Aristotele e Seneca, descrivono l’azione del donatore nelle relazioni benefiche, in questo saggio si propone una lettura della beneficenza come il luogo in cui amore e interesse si intrecciano indissolubilmente. Le complesse, talvolta inaspettate combinazioni di questo pattern culturale, depositato nei testi greci e latini, possono offrirsi come reagenti utili al ripensamento degli atti filantropici nel mondo contemporaneo.

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Gli unicorni prima dell’Unicorno: uno sguardo etno-biologico sulla fauna esotica dei Greci e dei Romani

Abstract

Can the one-horned animals described by authors such as Ctesias, Megasthenes, Aristotle or Pliny be considered forbears of the Medieval and post-modern Unicornis? In a way, some of the generic species of Greco-roman lore can be undoubtedly thought of as prototypes of the current representation of the animal. However, a deep analysis of the zoological knowledge of the ancients shows several frictions and breakpoints between the classical era and late-ancient and medieval Christianity as well as contemporary pop culture.

È possibile considerare le specie unicorne di cui hanno parlato i Greci e i Romani come ‘antenate’ dell’Unicorno medievale e post-moderno? In un certo senso, la tradizione zoologica degli antichi può essere pensata come prototipica rispetto ai futuri sviluppi delle rappresentazioni della bestia in questione. Purtuttavia, una analisi approfondita del sapere costruito all’interno del genere della storia naturale grecoromana mostra diversi punti di frizione e rottura fra il mondo classico da un lato e le età tardo-antica e medievale, e la cultura pop, dall’altro lato.

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