Gabriele Tinti, del quale abbiamo già pubblicato alcuni testi, ci ha trasmesso notizia della performance di Kevin Spacey. Ritenendo che essa sia di interesse per i nostri lettori, pubblichiamo il link del video sulla sezione Presenze Classiche – Scena di ClassicoContemporaneo e, nel PDF allegato, le relative informazioni forniteci dallo stesso Tinti.
La Redazione di ClassicoContemporaneo
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Il seguente intervento intende approfondire la ricezione della celebre opera di Tacito, la Germania, letta con entusiasmo dall’élite tedesca dei secoli XIX e XX che scorgeva nel volume dell’autore latino la prova storica delle virtù ancestrali della cultura germanica. Se nel testo è possibile rilevare un misto di ammirazione e critica per le popolazioni nordiche, l’esaltazione delle antiche tribù, profondamente radicate nel territorio, divenne un caposaldo del movimento nazista, che pretese di dimostrare l’appartenenza dei tedeschi ad una razza incontaminata.
Da studioso delle origini di Roma e da curatore dell’edizione della Vita di Romolo di Plutarco mi trovo contemporaneamente in imbarazzo e compiaciuto davanti a “Il primo re”. Non posso liberarmi da una sorta di corazza culturale davanti ad un film – che peraltro ho apprezzato – che proprio nella “sauvagerie” della rappresentazione rivela in realtà molta più cultura di quanto sembra in apparenza. La visione che esso offre è profondamente originale e innovativa, rispetto all’immagine mitica della nascita di Roma, ma riesce in qualche modo a coglierne alcuni aspetti centrali. Per dirla con un esempio: non c’è la lupa ma ci sono i pastori e i guerrieri. Scelgo solo alcune suggestioni suscitate dalla visione del film.
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La tentazione di rimarcare inesattezze in un film (o in un romanzo) ambientato in un periodo che si conosce bene è forte per tutti.
Come però sa chiunque si sia lasciato andare al facile piacere di deridere e criticare, si diventa rapidamente stucchevoli. In senso più ampio, atteggiamenti di questo genere non aiutano la causa delle discipline intellettuali, specie in questi tempi difficili. Confesso che mentre guardavo Il primo re in un DVD italiano faticosamente fatto arrivare in America, non ho potuto evitare di sbuffare di fronte a asce, maschere e altra cultura materiale di cui non esiste conferma archeologica. Passato però il primo moto di pedanteria contro i trovarobe fantasiosi, mi sono reso conto dell’assurdità di esercizi di questo tipo, specialmente nel caso di un film che rielabora materiale prevalentemente mitico. Non ci metteremmo certo a disquisire di quale tipo di clava debba essere armato un Ercole di celluloide.
Anche se nel caso del racconto sulla fondazione di Roma non sono mancati tentativi più arditi di enuclearne radici storiche1, essi si sono dovuti certamente fermare di fronte a componenti della narrazione dichiaratamente soprannaturali, come l’allattamento della lupa o l’ascensione di Romolo al cielo in una tempesta.
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«Un Dio che può essere compreso non è un Dio». La citazione iniziale da W.S. Maugham contiene già la ragione di tutto il film.
Perché di film “religioso” si tratta, più che di film storico, esperito nella polarità tra i due fratelli gemelli Remo e Romolo che, come accade per la tragedia greca, sono tratti dal racconto mitico, ma assumono statura di paradigma universale del destino umano e, in questo caso in particolare, del rapporto tra Uomo e Potere, Uomo e Natura, Uomo e Mistero Divino.
Tale impostazione “metafisica” ha probabilmente determinato altresì un certo carattere di eccessivo primitivismo della narrazione filmica, che collide almeno in parte con il dato consegnatoci dall’archeologica e dalle fonti (il Lazio tiberino nell’VIII secolo a.C. era già venuto in contatto con le civiltà greca ed etrusca), il quale ci restituisce condizioni di vita assai meno brutali e selvagge.
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Tutta la prima ora de Il primo re è molto buona: detto altrimenti, tutto il primo tempo, per chi abbia visto il film in una di quelle sale che conservano l’usanza di suddividere la proiezione in due tempi, separati da un intervallo nel quale si riaccende la luce. La scena dell’esondazione del Tevere è di grande impatto e introduce subito lo spettatore in un passato diverso e distante, in cui anche le forze della natura sembrano presentarsi allo stato puro, in tutta la loro veemenza devastatrice. Allo stesso effetto concorrono il latino arcaico “di ricostruzione” parlato dai personaggi (una delle scelte più interessanti dell’opera) e tutta la lunga sequenza nella quale il gruppo guidato da Remo attraversa la foresta, con le sue paludi mortifere, la nebbia, le voci degli animali o degli spiriti, il terrore superstizioso che siinsinuaneglianimidiquestiuominiprimitivi.Amoltihadatofastidiolaviolenza estrema delle scene di battaglia e di scontro fisico, in cui gli interpreti si rotolano nel fango e si massacrano, a volte a mani nude o a morsi, lanciando urla disumane: e tuttavia io credo che qui il regista abbia voluto consapevolmente adottare una maniera iperrealista, da manga giapponese, il che, tutto sommato, non stona nel contesto generale dell’operazione.
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Il primo re (Rovere 2019) rivisita la parte finale della leggenda di Romolo e Remo e concentra l’attenzione sulla relazione tra i due fratelli, prendendo spunto, come dichiarato dagli autori, dal conflitto familiare urbano presente in Rocco e i suoi Fratelli (Visconti 1960). Manca, viceversa, la tradizionale messa in scena della “fondazione della città” a cui, nei secoli, questa leggenda è stata legata. Non si vede la futura polis, né il volo degli uccelli in base al quale sarebbe stato scelto il luogo della fondazione e manca la tracciatura del perimetro del ‘pomerio’, la zona sacra della città, che avrebbe scatenato lo scontro mortale tra i due fratelli, qui sostituito dal confine del fuoco sacro sulla riva del fiume Tevere. Il film compie uno spostamento verso una rappresentazione pre-urbana, ma allo stesso tempo recupera il riferimento intratestuale a due personaggi “tragici” viscontiani come Rocco e Simonelegatialledinamichedell’inurbamentodeglianniCinquanta.Inquestodoppio movimento, messa fuori quadro della città, e inserimento di un conflitto di origine urbana si possono leggere due piani discorsivi su cui comunica il film: ricostruire il mito per raccontare un presente che ne è privo. In questo senso lo scenario prevalentemente selvaggio e naturalistico, e in particolare il tema centrale della foresta, non possono non evocare un archetipo ferino che ha il suo opposto discorsivo nella polis. E le tensione della città assente riemergono nella violenza visiva degli scontri e nelle scene allucinate della foresta.
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L’Università degli Studi di Palermo, in collaborazione con Palumbo Editore e con diversi soggetti istituzionali (MIBACT, Regione Sicilia, Comune di Palermo), ha organizzato nei giorni 20-22 maggio 2019 il convegno nazionale “Migrare. Diritti fondamentali e dignità della persone” per costruire uno spazio di riflessione critica e di azione che ponga al centro della comunità scientifica, italiana ed europea, e della pubblica opinione i temi dei diritti e dell’uguaglianza delle persone e delle persone migranti in particolare. Con questi obiettivi, è stato elaborato l’Appello all’Europa della Conoscenza che verrà presentato nella seduta conclusiva del convegno.
DIRITTI, DOVERI, HUMANITAS. IN DIALOGO CON I CLASSICI
Nuove prospettive sull’insegnamento delle materie classiche nella scuola
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SIENA
Certosa di Pontignano
25•26•27 LUGLIO 2019
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Organizzata dall’Associazione Antropologia e Mondo Antico con la collaborazione del Centro AMA (Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature Antiche e Moderne, Università di Siena) e con il supporto tecnico e organizzativo della Casa Editrice Palumbo, la sesta edizione della Summer School 2019 sarà dedicata al tema “Diritti, doveri, Humanitas. In dialogo con i classici”.
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