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ClassicoContemporaneo.eu
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Autore: Vincenzo Patricolo (a cura di)

Interprete egent: linguaggio del dono e figure del ricordo nel De beneficiis di Seneca

 Abstract 

Il dono – come è stato osservato [Godbout 1996; Raccanelli – Beltrami 2014; Ricottilli 2011] – è un linguaggio, una forma di comunicazione. Come tale, necessita di essere tradotto o interpretato. Questo era chiaro già a Seneca (alia … interprete egent, Ben. 4.16.3), che riconosce il ruolo discriminante di una interpretatio benigna o maligna del beneficio (Ben. 2.28; 3.7; 4.21). Per facilitarne la decodifica, Seneca suggerisce di aggiungere alla res bona del dono bona verba, evitando ammonimenti, parole offensive, asperitas verborum (Ben. 2.4.1) o tarditas loquendi (Ben. 2.3.1), che rischiano di tradurre il dono in un insulto (maledictum) o di renderlo odioso, trasformando l’interagente in un nemico (Ben. 5.22). Se dunque talvolta sarà opportuno tacere e lasciare che sia la res a parlare (Ben. 2.11.6), in genere una praedicatio humana benignaque favorirà una interpretatio positiva del beneficio. Seneca fornisce così un quadro prescrittivo delle parole da dire e non dire quando si dona – o da evitare che l’altro dica (come rogo, molestum verbum) – ma anche di quelle da usare o evitare quando si riceve, si contraccambia o si chiede. Anche silenzio e forme mimico-gestuali sono comportamenti comunicativi che agiscono sul legame (e.g. aggrottare le ciglia, abbassare lo sguardo, etc.). Il contributo intende esaminare questo galateo senecano della comunicazione in rapporto alla prassi del dono, alla luce delle metafore culturali riconducibili alla sfera dell’interpretatio [Bettini 2012] e in dialogo con gli studi di pragmatica della comunicazione applicata alla letteratura latina [Ricottilli 2009; Raccanelli 2010; 2011], per mostrare da un lato la forza performativa e perlocutoria di tale linguaggio [Austin 1962; Beta 2004], verbale e non, dall’altro come Seneca offra, come direbbe Geertz, non solo un modello per ma anche un modello di: la rappresentazione descrittiva oltre che precettistica di una buona prassi romana.

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Falsi e pie frodi: Ennio nel XX secolo

 Abstract 

Il contributo si inserisce nel dibattito storico-filologico sui falsi letterari e documentari, proponendo come caso di studio esemplare la vicenda del presunto recupero da parte di padre Pellegrino Ernetti del Thyestes di Ennio. Dopo una rassegna comparativa di celebri falsificazioni dall’antichità all’età contemporanea – dal Constitutum Constantini ai Canti di Ossian, dal de situ Britanniae alle Carte d’Arborea – l’articolo analizza i meccanismi culturali, ideologici e psicologici che favoriscono la nascita e la temporanea credibilità dei falsi. Il cuore del saggio è dedicato alla discussione dell’attenta indagine di Alessandro Russo sul Thyestes di Ennio ricuperato da padre Pellegrino Ernetti. L’analisi di Russo dimostra che i versi “inediti” della tragedia derivano in larga parte da traduzioni e retroversioni di testi poetico-musicali greci, mediati da sillogi novecentesche, non da un autentico recupero di un testo latino arcaico. Il saggio indaga inoltre le motivazioni personali e culturali che spinsero Ernetti alla costruzione del falso, collegandole alla più ampia mitologia del cronovisore e ai rapporti tra filologia, immaginario fantascientifico e cultura mediatica del Novecento. Ne emerge una riflessione sul falso come prodotto storico, capace di rivelare tanto le fragilità quanto le aspettative della comunità scientifica che lo accoglie.

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Les persécutions antichrétiennes et l’émergence d’un discours chrétien sur l’expérience carcérale (fin IIe s.-IIIe s.)

Abstract

All’epoca delle persecuzioni contro i cristiani, nel II e III secolo d.C., l’assistenza delle comunità era rivolta in primo luogo al soccorso dei cristiani imprigionati. L’articolo si propone di descrivere le condizioni di detenzione e le modalità di assistenza fornita ai prigionieri, così come ci appaiono nelle fonti, in particolare quelle provenienti dall’Africa romana. Tale assistenza mobilitava l’intera comunità cristiana, che rispondeva così al precetto evangelico di Mt 25, 36 e sosteneva la trasformazione di un uomo o una donna comune in santo. Ma le ricadute di questo sostegno non erano solo individuali: tale assistenza, oltre a servire alla propaganda a favore del cristianesimo, aveva soprattutto il vantaggio di estendere i frutti spirituali del martirio a tutti i membri della comunità. Si creavano così le condizioni per l’emergere di un discorso cristiano sulla prigione. Mentre gli antichi vedevano nella detenzione soprattutto un’umiliazione difficile da evocare, i cristiani, seguendo Paolo, svilupparono una letteratura carceraria, certamente inventata da Platone ma rimasta senza seguito, e costruirono un discorso sulla detenzione. Questo era certamente orientato e propriamente cristiano, ma, lungi dall’essere solo retorica, era anche portatore di una visione dell’uomo e del suo rapporto con il mondo. Era soprattutto la prima volta che la prigione veniva elevata al livello del discorso pubblico.


During the persecutions of Christians in the 2nd and 3rd centuries AD, the communities’ assistance was primarily directed towards helping imprisoned Christians. This article aims to describe the conditions of detention and the methods of assistance provided to prisoners, as they appear in the sources, particularly those from Roman Africa. This assistance mobilised the entire Christian community, which thus responded to the Gospel precept of Matthew 25:36 and supported the transformation of an ordinary man or woman into a saint. But the benefits of this support were not only individual: in addition to serving as propaganda in favour of Christianity, this assistance had the particular advantage of extending the spiritual fruits of martyrdom to all members of the community. The conditions were then ripe for the emergence of a Christian discourse on prison. While the Ancients saw incarceration primarily as a humiliation that was difficult to talk about, Christians, following Paul, developed a prison literature, invented by Plato but never really followed up on, and constructed a discourse on incarceration. This discourse was certainly biased and distinctly Christian, but far from being mere rhetoric, it also conveyed a vision of man and his relationship to the world. Above all, it was the first time that prison had been raised to the level of public discourse.

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Protezione dei perseguitati e dei deboli nella cultura occidentale – Premessa

Premessa

Si è tenuto a Villa Vigoni, nei giorni 26 e 27 novembre 2024, il secondo incontro nell’ambito della conferenza trilaterale dedicata alla Protezione dei perseguitati e dei deboli nella cultura occidentale. Interrelazioni tra pratica storica e letteratura di modelli antico-pagani e cristiani.

Il programma del seminario – a cura di Michele Cutino, Stefan Freund e Giuseppe Germano – i tre coordinatori del progetto, rispettivamente dell’Université de Strasbourg, della Bergische Universität Wuppertal e della Università “Federico II” di Napoli – prevedeva in apertura la consueta presentazione dei partecipanti, e a seguire il riassunto degli interventi dell’anno precedente (raccolti nel I volume degli Atti, vol. 15 della “Biblioteca” di Classicocontemporaneo).

Le relazioni previste erano le seguenti:

Das Schutzgewähren des patronus in lateinischen Texten: Fälle, Formen und Funktionen aus der römischen Antike, di Nina Mindt;

Soulager et encourager: les formes du soutien aux martyrs et confesseurs d’après la littérature latine chrétienne (fin IIe s. – début du IVe s.), di Frédéric Chapot;

Nulla pretiosa ratio: la protezione della donna fra modelli sociali, diritto e tradizioni in Roma antica, di Francesca Galgano;

Regards néoplatoniciens sur un monde en mutation: entre persécution et idéal platonicien de justice, di Philippe Hoffmann ;

Schutz und Abweisung von Schiffbrüchigen in der Aeneis: die Fälle der trojanischen Flüchtlinge (1,538-543 und 1, 731-735) und des Palinurus (6,358-362) und ihre rechtlichen Implikationen, di Elia Angelo Corsini;

Problematiche dell’esilio e dell’esclusione nelle rappresentazioni letterarie dell’Italia medievale, di Andrea Mazzucchi;

La teoria della condizione degli schiavi nel XV secolo come emerge dal III libro del De obedientia di Giovanni Pontano, di Guido Cappelli.

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L’Umanesimo di fronte alla schiavitù. I capitoli de servitute del De obedientia di Giovanni Pontano. Saggio di edizione con commento.

Abstract

Nel Quattrocento europeo, alla vigilia della scoperta delle Americhe, il commercio di schiavi era tra i più redditizi e diffusi, e Napoli, uno dei porti più dinamici del Mediterraneo, non faceva eccezione. In questo contesto si sviluppa una riflessione intellettuale riguardante la condizione dello schiavo e il dibattito sulla liceità della schiavitù, sia a livello filosofico e teologico che nell’ambito della trattatistica umanistica. Il De obedientia di Giovanni Pontano (1470) dedica a questo dibattito i capitoli finale del III libro. Questo contributo offre un saggio di edizione e commento di questi passi.


In fifteenth-century Europe, on the eve of the discovery of the Americas, the slave trade was among the most profitable and widespread forms of commerce, and Naples—one of the most dynamic ports of the Mediterranean—was no exception. Within this context, an intellectual reflection on the condition of the slave emerged, along with a debate on the legitimacy of slavery, conducted at both the philosophical and theological levels as well as within humanist treatise literature. Giovanni Pontano’s De obedientia (1470) devotes the final chapters of Book III to this debate. This article offers a critical edition and commentary of these passages.

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Der Umgang mit Flüchtlingen zwischen Moral, Religion und Recht: zu den Reden des Ilioneus in Aen. 1, 539-43 und 7, 228-30

Abstract

Le scene di rifiuto e accoglienza dei migranti nell’Eneide virgiliana offrono molti spunti di riflessione morale, sacrale e giuridica. Il contributo si concentra su due casi di studio: da un lato, l’episodio in cui Ilioneo critica il comportamento dei Cartaginesi, colpevoli di aver negato ai naufraghi troiani l’accesso alla costa nordafricana (Aen. 1, 539-43); dall’altro il discorso con cui Ilioneo chiede a Latino una terra in cui i Troiani possano fondare una nuova patria (Aen. 7, 228-30). Il confronto tra questi due episodi – anche alla luce dei commenti di Servio e T. Claudio Donato – mostra il complesso equilibrio tra morale, religione e diritto che caratterizza il rapporto con lo straniero nell’Eneide.


The scenes of rejection and acceptance of migrants in Vergil’s Aeneid offer several moral, religious, and legal insights. This paper focuses on two case studies: first, the episode in which Ilioneus criticises the Carthaginians for denying the shipwrecked Trojans access to the coast of North Africa (Aen. 1, 539-43); second, Ilioneus’ request to Latinus for a land where the Trojans can establish a new homeland (Aen. 7, 228-30). A comparison between these two episodes – also in the light of the commentaries of Servius and T. Claudius Donatus – reveals the intricate and delicate balance between morality, religion, and law that governs the interactions with foreigners in the Aeneid.

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Nulla pretiosa ratio. La protezione della donna fra modelli sociali, diritto e tradizioni in Roma antica

Abstract

La tutela delle donne nell’evoluzione dell’esperienza giuridica romana si inserisce nel contesto di una società patriarcale, in cui il pieno controllo sul patrimonio e sulla linea di successione ereditaria si garantiva solo al pater familias. Pur sfumando nella sua effettività sul piano pratico già dalla Repubblica, questo istituto arcaico rimane a lungo simbolo della subordinazione giuridica femminile, soprattutto all’interno del diritto pubblico.

Le limitazioni imposte alle donne si scontrano ben presto con la progressiva emancipazione sociale ed economica femminile, senza tuttavia essere accompagnate da una coscienza di genere: le donne romane conquistarono autonomia patrimoniale e sociale, ma mai potere politico e decisionale sulla scena pubblica.

La tutela mulierum appare ancora oggi un emblema di come le dinamiche sociali si confrontino con l’esperienza giuridica in un equilibrio instabile tra tradizione e innovazione.


The guardianship of women during evolution of Roman legal experience is set in the context of a patriarchal society, in which pater familias was guaranteed full control over assets and the line of inheritance. Although fading in its effectiveness on a practical level as early as the Republic, this archaic institution remains a symbol of female juridical subordination, especially within public law.

The limitations imposed on women soon clashed with their progressive social and economic emancipation, without however being accompanied by a gender consciousness: Roman women gained patrimonial and social autonomy, but not political and decision-making power on the public scene. The tutela mulierum still appears an emblem of how social dynamics face legal experience in an unstable balance between tradition and innovation.

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Ἔξω τείχους. Liminalità, cronotopo e intratestualità nel prologo del Fedro

 Abstract 

Il Fedro di Platone è l’unico dialogo platonico in cui Socrate è rappresentato al di fuori del contesto urbano. Si può dimostrare la rilevanza di questa ambientazione applicando alla lettura del prologo alcuni concetti fondamentali di filosofia dello spazio e di critica letteraria contemporanea. Per esempio, la menzione da parte di Fedro di uno spazio liminale come le mura della città dimostra che campagna e ambiente cittadino stabiliscono un rapporto al contempo di contrapposizione e di reciproca definizione. Con il prologo, inoltre, sono impostate le linee espressive, lessicali e tematiche a cui si attiene lo sviluppo intratestuale dell’intero dialogo: a questo scopo, il testo platonico valorizza diversi elementi, appartenenti sia all’ambiente naturale dell’Ilisso sia alla digressione mitologica riguardante Orizia e Borea, che può essere efficacemente considerata alla luce del concetto di cronotopo.

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Temi e motivi di Roma antica al servizio di Napoleone: appunti sulla Colonna Vendôme

 Abstract 

Colonne di dimensioni grandiose sono state utilizzate a più riprese in età moderna come monumenti celebrativi, traendo spunto dalle colonne coclidi di Roma, in particolare dalla Colonna Traiana. La più sensazionale di tutte è ancora oggi la Colonna Vendôme a Parigi, che fu eretta per volere di Napoleone Bonaparte al fine di commemorare la sua guerra vittoriosa contro la Terza Coalizione, conclusasi con la leggendaria battaglia di Austerlitz (1805).

Questa straordinaria iniziativa si proponeva come una diretta imitazione del modello traianeo, di cui riprendeva non soltanto le proporzioni, ma anche l’idea del fregio spiraliforme che ne avvolge il fusto, illustrando con ordine le imprese belliche che avevano motivato l’innalzamento di un’opera tanto imponente. L’epoca, i personaggi e le modalità della guerra erano ovviamente del tutto differenti, però non pochi spunti tematici e schemi iconografici furono mutuati dal prototipo, e anche da qualche altro monumento di Roma antica, con lo scopo di suggerire l’assimilazione di Napoleone a Traiano, un grande comandante militare e uno dei maggiori imperatori romani.

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