L’articolo descrive un’attività di traduzione cooperativa di un’epistola senecana svolta in una classe V di un Liceo Scientifico di Palermo. Oltre alla traduzione, la classe ha lavorato all’etichettatura del testo originale latino. La traduzione è stata pubblicata su https://epistula121.tk, mentre l’etichettatura, da poco terminata, verrà consegnata al network di ricerca internazionale «GDRi Zoomathia», che sta lavorando allo sviluppo di un data base websemantico di testi, immagini e resti archeologici per lo studio della zoologia antica e medievale.
In questi anni di rapide trasformazioni si avverte la necessità di ripensare gli obiettivi propri di ciascun settore educativo. Lingue e culture classiche sono da tempo accusate di essere saperi obsoleti, il cui ruolo all’interno del sistema sarebbe da ridimensionare radicalmente. Per rispondere efficacemente a queste critiche non basta appellarsi a pur valide ragioni storico-culturali e a una generica utilità formativa del greco e del latino; occorre uno sforzo di rinnovamento metodologico e di ripensamento epistemologico, che sappia rimettere i nostri saperi in gioco nel dibattito culturale contemporaneo e dialogare con la società e il territorio, identificando nuove possibili utilità del classico. Nel contesto delle nuove classi multiculturali lo studio del latino può ad esempio essere uno spazio non solo per sviluppare una maggiore competenza linguistica, ma anche per esercitare pratiche di dialogo interculturale. La lingua-cultura dei romani stimola infatti in modo del tutto peculiare la riflessione sulle differenze: se è vero che i classici sono per molti aspetti gli “antenati” della cultura occidentale, essi meritano di essere confrontati con tradizioni linguistico-culturali extra-europee per rivelare fenomeni di distanza/convergenza, di riuso/abbandono, di persistenza e di negoziazione utili ad educare le giovani generazioni a una concezione flessibile e dialogica delle identità culturali.
Dal marzo 2014 all’agosto 2015 presso l’Université de Lausanne è stato condotto un progetto (finanziato dal Fondo Nazionale Svizzero della ricerca scientifica) destinato alla diffusione nelle scuole superiori della declamazione latina. Lo scopo del progetto era quello di rendere, per così dire, le declamazioni al contesto di riferimento loro proprio, ma da cui sono ormai del tutto escluse, quello cioè dell’insegnamento scolastico secondario. Gli allievi di 11 classi delle superiori del Cantone Vaud sono stati iniziati così alla pratica della declamazione attraverso il tema di una declamazione antica, la prima Declamazione Maggiore dello Pseudo-Quintiliano, nella quale si accusano vicendevolmente dell’omicidio di un pater familias il figlio di primo letto di questo, cieco, e la seconda moglie. Gli allievi hanno dovuto produrre (in francese) una controversia basata su questo tema e poi declamarla davanti a un’altra classe seguendo le regole dell’actio antica. I risultati promettenti di quest’esperienza dimostrano l’assoluta vitalità e modernità della pratica della declamazione antica anche nella scuola dei giorni nostri.
Il corso, nato dalla necessità di contrastare la dispersione scolastica al ginnasio attraverso un rafforzamento della motivazione e dei prerequisiti ancora in fase di orientamento, si propone di avviare gli studenti di terza media allo studio non solo della lingua, ma anche della cultura latina con una didattica varia e coinvolgente.
Come esposto nel corso del Seminario “Comunicare l’antico Oggi”, tenutosi il 13 e 14 giugno 2018 presso la Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma – CSIC, nel nostro contemporaneo sono disponibili numerosi strumenti che permettono di diffondere e far conoscere la cultura dell’antico. Nella società odierna, che ha una delle sue principali caratteristiche nel valore dell’immagine, la moda gioca un ruolo fondamentale come veicolo di divulgazione di cultura e come generatore di identità collettive. Per questo motivo si tratta anche di uno strumento adeguato per la diffusione dell’immagine dell’Antichità, in maniera rinnovata, aggiornata e conforme ai tempi moderni, avendo tale ambito una speciale visibilità in Italia. Prova di ciò sono le collezioni di alcuni stilisti italiani come Versace, Valentino e Dolce & Gabbana, che raccogliendo la forza visiva delle risorse all’antichità, hanno contribuito a plasmare un valore estetico per l’Italia contemporanea che assimila la bellezza italiana attuale con quella classica e, in qualche modo, genera una recupero di identità quando la si distingue, ad esempio, dal resto delle mode europee. Antichità, moda e identità compongono, quindi, un trinomio chiave nell’attuale cultura italiana.
Il 21 aprile del 2006, ricorrenza del Natale di Roma, il sindaco Walter Veltroni inaugurò il nuovo Museo dell’Ara Pacis progettato dall’architetto statunitense Richard Meier. L’edificio sostituiva la precedente teca realizzata da Vittorio Ballio Morpurgo, tra il 1937 e il 1938, per la committenza di Benito Mussolini. A far da sfondo alla cerimonia del 2006, accompagnata da molte polemiche, il clima “infuocato” della campagna politica per l’elezione, imminente, del sindaco della capitale. Campagna elettorale che, sia nella costruzione del consenso sia nella creazione di un eventuale dissenso nei confronti della giunta in carica, vide al centro del dibattito elettorale anche l’edificio di Meier. L’autrice, dunque, a partire da questa evidenza, analizza nel saggio l’attenzione da parte della politica nei confronti di un progetto che solo ad una lettura disattenta risulta circoscritto all’archeologia, all’urbanistica e all’architettura. Una riflessione, quella proposta da Gabriella De Marco, sollecitata dagli strumenti metodologici della storia dell’arte. Lo scritto, quindi, non è centrato sull’analisi dell’edificio di Meier, sulle modalità dell’assegnazione dell’incarico e sulle altre questioni tecniche su cui esiste un’ampia e qualificata letteratura scientifica, ma sull’uso della storia, dell’archeologia e dell’urbanistica come forma attuale di comunicazione politica ed elettorale.
Le avventure del piccolo eroe baffuto del resistente villaggio gallico dell’Armorica entusiasmano il loro pubblico fin da quando – era il 1959 – gli scenari di René Goscinny e la matita di Albert Uderzo si fusero nelle vignette di Astérix. Le papyrus de César è il numero 36 di Astérix, è uscito nell’ottobre 2015 ed è stato tradotto in venti lingue: Cesare ha appena confezionato i suoi Commentarii ed il suo editore lo convince perché sottragga dall’operaun“ventiquattresimocapitolo”nelqualesarebberostatidescrittiirovesci subiti dai romani proprio nel villaggio di Asterix. Cesare si lascia persuadere, ed il rotolo sottratto dà il via ad una serie di vicende animate da muti scribi numidi e dal gossipparus Vispolemix, dal goffo editore e dal centurione dell’accampamento di Babaorum, e naturalmente da Asterix e Obelix e Cesare. Una lettura orientata alla comprensione della visione dell’antico veicolata dal fumetto illumina le finalità e la consapevolezza della strumentalizzazione che ne è fatta a fini ideologici: il gossipparus Vispolemix è, ad esempio, calco dichiarato della figura del giornalista Julian Assange ed il caso di WikiLeaks è esplicitamente riecheggiato dallo scenarista Jean-Yves Ferri. Le vicende fantastiche di Asterix ai tempi di Cesare guidano il lettore ad una riflessione tutta attuale sul potere della comunicazione (e della censura), immergendolo in una narrazione che di vero non ha nulla se non un’ossatura storica che contribuisce a garantire al Classico vita e alla realtà contemporanea una rilettura critica.
Il contributo ricostruisce la fortuna della sententia di Tacito ubi solitudinem faciunt, pacem appellant (Agr. 30, 4), che, a partire soprattutto dalla seconda metà dell’Ottocento, si è affermata come uno dei più citati geflügelte Worte di origine latina, usato soprattutto (ma non solo) in ambito politico, tanto da divenire un vero e proprio slogan della contestazione anti-imperialista. Sono state analizzate in modo capillare circa 120 occorrenze, che spaziano dal riuso colto e letterario alla comunicazione di massa e ai consumi culturali. La sistematicità dell’indagine ha permesso non solo di districare la complessa trama dei contesti e delle influenze culturali che hanno determinato tale fortuna, ma anche di proporre alcune considerazioni più generali a carattere metodologico ed epistemologico, a partire da un caso paradigmatico delle dinamiche comunicative ed ermeneutiche che presiedono alla percezione e alla risemantizzazione della tradizione classica.
Leggere i manga, ovverosia i fumetti giapponesi, può essere considerato uno dei modi più efficaci per conoscere la società nipponica, i suoi gusti e le sue categorie di interpretazione del reale. Indagare, pertanto, la fortuna di Roma antica nel manga contemporaneo permette di comprendere come l’immaginario legato alla storia e al mito di Roma venga impiegato e interpretato in una cultura così lontana dalla nostra. L’analisi di due fra le opere recenti più importanti di questo genere, Eureka di H. Iwaaki e Thermae Romae di M. Yamazaki, concede altresì al lettore occidentale la possibilità di esplorare le potenzialità, da noi ancora poco conosciute, del fumetto come strumento di lettura non solo dell’antico in chiave moderna, ma anche della nostra contemporaneità attraverso lo sguardo degli antichi.
Il contributo si propone di ripercorrere il Fortleben recentissimo della vicenda delle Termopili, a partire dalla genesi del film 300 di Zack Snyder, nuovo archetipo della vicenda, alle sue successive evoluzioni. Già nel racconto erodoteo i Trecento trascolorano nella leggenda. Dal resoconto dello storico, dalla suggestione dei pepla degli anni ’60 e dalla pubblicazione del graphic novel 300 di Miller, Snyder prende le mosse per il suo film, che segue con precisione estrema la trama e l’estetica del fumetto di riferimento. Le reazioni di apprezzamento o meno del film derivano dalla capacità dello spettatore di rendersi conto che l’aemulatio non è sul testo erodoteo, ma sul fumetto. I successivi sviluppi del meme this is Sparta fanno riferimento certamente al film; un’eccezione è rappresentata dalla riscrittura fumettistica di Ortolani in cui l’autore si rivolge contemporaneamente al pubblico del film e ai lettori del graphic novel.
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