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Autore: Vincenzo Patricolo (a cura di)

La clemenza negli Ab urbe condita libri: tra percezione liviana e ideologia augustea

The role of clemency in Livy’s AUC is influenced by both the historical context in which they were composed, and the ideological value attributed to this concept in Livy’s day: portraits of sovereigns (cf. e.g. Liv. 1, 26, 5-8) as well as of heroic figures like Camillus and Scipio Africanus allow us to spotlight some analogies with Augustus’ policy. Particular attention is paid to the relationship between clemency and concord (Liv. 1, 11 and 3, 58): despite concerning episodes of Rome’s most ancient history, this relationship turns out to be particularly important in the aftermath of Actium, thereby revealing Livy’s attention to the political climate of his own day.

Il ruolo della clemenza nelle Storie liviane può risentire del contesto storico di composizione dell’opera, nonché del differente valore ideologico che è stato attribuito al concetto nel corso dell’età contemporanea all’autore: ritratti di sovrani (ad es. Liv. 1, 26, 5-8) o figure dalla statura eroica (ad es. Camillo e Scipione l’Africano) consentono di individuare alcune consonanze con il paradigma augusteo di governo. Nel presente contributo, un’attenzione particolare è dedicata al legame tra clemenza e concordia: pur riscontrabile in episodi inerenti alla storia più antica di Roma (Liv. 1, 11 e 3, 58), esso acquisisce nuova importanza all’indomani della vittoria definitiva di Ottaviano e consente, pertanto, di sottolineare l’attenzione dello storico per la temperie politica a lui coeva.

 

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Introduzione

Da tempo è in corso, in America e quindi in Europa, un acceso dibattito sul valore formativo della lingua e della civiltà latina, il cui studio era già stato messo in discussione dall’innovazione dei processi produttivi e dalla rivoluzione degli strumenti di comunicazione. Tra le correnti di pensiero coinvolte, la cosiddetta cancel culture, di cui Alice Borgna ha recentemente offerto un’equilibrata presentazione in tutte le sue implicazioni sociali, politiche e culturali, è solo l’ultimo e certo radicale esito di un più vasto e progressivo processo di marginalizzazione degli studi classici nella cultura generale e nei sistemi scolastici dei Paesi occidentali. Salvatore Settis ne scorgeva lucidamente le avvisaglie già all’inizio del millennio, invitando a non ignorare il fenomeno, in cui individuava il risvolto di un profondo mutamento della società, avviata sulle strade della globalizzazione e della tecnocrazia.

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La presenza dei diminutivi nelle Satire Menippee tra sermo familiaris, commedia e parodia letteraria

Comedy is undoubtedly one of the fundamental models for Varro’s Menippean Satires: comic authors, Plautus in particular, seem to be Varro’s main source of inspiration for the composition of his satires, even more than Menippus, the founder of the Menippean genre, or Lucilius, the unavoidable reference for all the following Roman satirists. In fact, in the Menippeans, the recurrence of themes, stylistic features, and even structural components that are properly ascribable to the comic theatre is very frequent. The particular language used in the Menippeans, where, in accordance with the principle of the σπουδογέλοιον, lexical and stylistical refinements are inextricably mashed up with popular elements, constitutes one of these many connections with Comedy. In this paper, I intend to focus on a linguistic phenomenon that belongs to the sermo familiaris, the use of diminutives, which occurs more frequently in the Menippean Satires than in the rest of Varro’s works. My aim is to demonstrate, tracing a parallel with Comedy, that the presence of diminutives in Varro’s satires can sometimes be read as an element of literary parody.

La Commedia è senza dubbio uno dei modelli fondamentali delle Satire Menippee: ancor più che da Menippo, il fondatore del genere menippeo, o da Lucilio, punto di riferimento obbligato per i successivi scrittori satirici a Roma, è dagli autori comici, e da Plauto in particolare, che Varrone sembra trarre spunto per la composizione delle sue satire, nelle quali ricorrono spesso temi, stilemi e perfino componenti strutturali tipicamente comici. Fra gli elementi di contatto con il teatro comico rientra, naturalmente, anche la particolare componente linguistica delle Menippee, in cui si trovano fusi, in accordo con il principio dello σπουδογέλοιον caratteristico del genere, raffinatezze lessicali e stilistiche ed elementi popolareggianti, a tratti anche triviali, Nella mia relazione intendo quindi porre l’attenzione su un particolare fenomeno linguistico tipico del sermo familiaris, i diminutivi, la cui frequenza è non a caso maggiore nelle Menippee rispetto alle altre opere varroniane, e mostrare come la loro presenza possa in alcuni casi essere interpretata, tramite anche un confronto con l’uso fattone in commedia, quale elemento di parodia letteraria.

 

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La scia della bellezza: latino e tradizione culturale

Abstract

Dalla seconda metà del Novecento, in Italia ci si è spesso trovati a discutere se il sistema scolastico dovesse conservare, e in caso con quale estensione, uno spazio formativo dedicato alla lingua latina e alla letteratura in lingua latina. Anche su scala internazionale, il dibattito tuttora continua, e questo stesso convegno ne riprende le fila per riaffermare l’importanza del latino nella nostra tradizione culturale. Questo intervento, tramite alcuni casi esemplari, si propone di guardare al problema da un’angolazione particolare, e di considerare come il legato che, attraverso il latino, ci trasmette la voce dell’antichità abbia imposto la propria necessità innanzitutto attraverso la semplice «bellezza» di quella voce, il fascino che certe sue risultanze hanno ineluttabilmente esercitato e ancora esercitano. Una «bellezza» cui la creatività letteraria occidentale è costantemente tornata a ricorrere e che si è pertanto determinata e continua a determinarsi come irrinunciabile per comprendere a fondo le dimensioni artistiche tanto del passato quanto del presente.


Since the second half of the twentieth century in Italy, it has often been discussed whether the school system should maintain, and if so to what extent, training dedicated to Latin language and literature. The debate still continues today on an international scale and this conference engages in it to reaffirm the importance of Latin in our cultural tradition. This contribution, which looks at some case examples, aims to examine the problem from a different perspective and consider the legacy that the voice of antiquity has passed on to us through Latin. This legacy has established itself through the simple ‘beauty’ of that voice and through the fascination some of its findings have inevitably held in the past and still hold today. This is a ‘beauty’ which has constantly inspired western literary creativity and is indispensable for a better understanding of its artistic dimensions as much in the past as in the future.

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Gli studi di ricezione e l’apprendimento del latino nella scuola: una proposta

L’interesse dimostrato per un testo antico da un autore moderno o contemporaneo, in un campo qualunque dell’espressione intellettuale, può essere acquisito come un rinforzo motivazionale nell’insegnamento scolastico del greco e del latino.

Di ciò si vede qualche traccia nella manualistica, ragionevolmente a integrazione episodica di capitoli o sezioni antologiche dedicate ad autori e testi che dovrebbero presentare di per sé – in quanto già esito di ponderate selezioni – sufficienti motivi di interesse.

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SENECA Epistula ad Lucilium 124

Introduzione

1. I temi e la struttura dell’Epistula 124

Seguendo il solco dell’ortodossia stoica, nell’epistola 124 Seneca fa coincidere l’idea del sommo bene con la virtù, e – opponendosi agli Epicurei – afferma che esso non è percepibile con i sensi, bensì unicamente per mezzo della ragione.

Il tono della riflessione – come premesso sin dal primo capitolo – è caratterizzato da un alto livello di complessità teorica, segnando in questo senso uno dei momenti concettualmente più ardui di tutto l’epistolario. A fronte di tale complessità, tuttavia, si annunciano fin da subito dei risvolti utilitaristici e pratici, in linea con quella che è una tendenza di tutta la produzione filosofica senecana e, più in generale, dello stoicismo romano. Fin dalle primissime battute – intrise della teodicea virgiliana del labor – Seneca promette infatti a Lucilio che, se non si sottrarrà alla subtilitas (‘sottigliezza’) delle argomentazioni che seguiranno, potrà soddisfare la sua naturale tendenza a trarre aliquem profectum (‘un qualche vantaggio’) dalla lettura. 

Di che tipo di utile si tratta?

Prima di arrivare ad esplicitarlo, nel finale (124.21-24), l’argomentazione si articola in vari snodi, che vengono qui riassunti in maniera sommaria:

  1. in prima battuta, Seneca smonta, in 124.2-7, gli argomenti dell’edonismo epicureo volti a individuare nella percezione – e non nella ragione – il criterio per distinguere il bene dal male; 
  2. in 124.7-8, quindi, sgombra il campo dall’idea in base alla quale già nel momento della nascita tutti gli esseri viventi sarebbero dotati, in maniera innata, del bene, affermando, invece, che solo per gli umani la nascita coincide con l’inizio del processo che può (o meno) portare ad esso con l’insorgere delle facoltà razionali;
  3. in 124.9-15 si opera una articolata classificazione degli esseri viventi in chiave logocentrica. Seneca, di fatto, esclude dalla ‘cosmopoli’ stoica (abitata dagli uomini e dagli dèi, gli unici dotati di ratio) gli animali ‘muti’, ai quali, se da un lato sono attribuite forme ‘specie-specifiche’ di bene relativo, dall’altro lato si nega la possibilità di raggiungere il bene assoluto;
  4. sulla scia della classificazione operata nei capitoli precedenti, in 124.16-20 il filosofo romano si sofferma sulle dotazioni percettive degli animali muti, che sono privati del senso del tempo, della memoria, della possibilità di pianificare in vista del futuro e della capacità di agire in maniera razionale e ordinata all’interno del mondo che li circonda;
  5. in 124.21-24, si rivela, infine, il senso ‘morale’ della trattazione zoo-psicologica dei capitoli precedenti.

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Il progetto ‘Rovine’ di Gabriele Tinti

 

Diversi anni fa, nel novembre del 2011, si tenne nelle sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli un’iniziativa denominata Alter ego. Poeti al Mann, a cura di Ferdinando Tricarico e Marco De Gemmis, coordinatore del Servizio Educativo del Museo. Si trattava di un progetto che metteva insieme arte e letteratura, e che offriva un’esperienza di ascolto e visione intensa, invitando 40 poeti napoletani di diverse generazioni e matrici estetiche a scrivere versi ispirati ai loro ‘classici’ preferiti: ciascuno degli autori era chiamato a porre esplicitamente la sua identità poetica a confronto con il proprio alter ego classico, recitando il testo in una messinscena performativa accanto a un’opera del Museo scelta dal poeta stesso.

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Beneficium e iniuria. Rappresentazioni del dono e dell’offesa nel De beneficiis di Seneca

 

Ringraziamenti

Questo lavoro è il frutto di molti incontri.

Nasce dalla revisione di una cospicua parte della mia dissertazione dottorale: «Beneficium e Iniuria. Morfologia del “fare il bene” e “fare il male” nel De beneficiis e nelle tragedie di Seneca», che ho elaborato presso la Scuola di Dottorato in «Antropologia, Storia e Teoria della Cultura», sez. «Antropologia del Mondo Antico» dell’Università degli Studi di Siena, sotto la direzione di Giusto Picone e Maurizio Bettini. A entrambi va la mia più affettuosa riconoscenza per i preziosi insegnamenti di cui ho potuto beneficiare in questi anni, per i consigli, gli incoraggiamenti e il loro tempo, dispensatimi senza mai risparmiarsi e con rara generosità, e per essere, per me (e non solo), due punti di riferimento costanti, sul piano umano non meno che su quello scientifico. A loro, e a Rosa Rita Marchese, che ha letto questa mia monografia in diverse fasi del suo sviluppo, discutendola con me con premura e acume e migliorandola con i suoi commenti, sono profondamente grata.

Ringrazio inoltre Valeria Viparelli e – nuovamente – Giusto Picone per aver accolto questo mio scritto nella collana de La Biblioteca di ClassicoContemporaneo, da loro diretta, nonché Angela Maria Andrisano, Daniela Fausti e Renata Raccanelli, che hanno fatto parte della commissione giudicatrice del mio esame finale per il conseguimento del titolo di Dottore di Ricerca, delle cui osservazioni ho fatto tesoro per questa revisione.

Occasione di approfondimento del De beneficiis in rapporto alle dinamiche di dono e vendetta mi è stata offerta per la prima volta in seno alle unità di ricerca di Palermo, Siena e Verona, nell’ambito del PRIN (Progetto di Rilevante Interesse Nazionale) 2007 dal titolo «La risemantizzazione del beneficium. Per un commento tematico al de beneficiis di Seneca», di cui è stato responsabile scientifico nazionale Giusto Picone. Ai membri delle tre unità di ricerca sono estremamente riconoscente per tutto quello che mi hanno insegnato e hanno condiviso con me, e per la loro amicizia. In particolare, desidero ringraziare Alice Accardi, Lucia Beltrami, Antonio De Caro, Mario Lentano, Pietro Li Causi, la già citata Renata Raccanelli, Simona Rampulla, Giacomo Raspanti e Licinia Ricottilli.

Sono molto debitrice a Cléo Carastro per avermi indicato nuove prospettive d’indagine sul tema della “cosa-donata” (e non solo), per il suo tempo e per la sua affettuosa disponibilità, e ai professori e agli amici del Centro A.M.A (Antropologia del Mondo Antico, Centro Interdipartimentale di Studi dell’Università di Siena) per avermi accompagnata, in alcuni degli anni più belli della mia formazione, in questo percorso di studi e di vita.

Sono inoltre grata agli studenti del corso di laurea magistrale in Scienze dell’Antichità della ex Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo, a.a. 2012-2013, che hanno partecipato al «Seminario di Lingua e Letteratura Latina» dal titolo «Beneficium, relazioni asimmetriche, ingratitudine. Per un commento tematico a Seneca, de beneficiis, libro III», soprattutto a quelli di cui sono stata tutor, e agli altri tutores (a Fabio Tutrone, oltre ai già citati Rosa Rita Marchese, Pietro Li Causi e Simona Rampulla) per le molteplici occasioni di dialogo, scambio e confronto critico. In particolare, il mio ringraziamento va a Lorenzo Avola, Roberta Bellitti, Saverio Calì, Francesco Guidera e Cetty Scalavino.

Resta inteso che di ogni mancanza, difetto o imprecisione sono l’unica responsabile. 

 

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Quattro lezioni su Saffo

 

L’articolo descrive una serie di lezioni sulla poetessa greca Saffo svolta in una classe III di un Liceo Classico di Palermo1. La classe ha lavorato sulle fonti biografiche e cronografiche per la ricostruzione della vita di Saffo, ha cominciato a farsi un’idea del lessico e delle problematiche della filologia classica e della papirologia, si è interrogata sui temi e i problemi che la produzione poetica di Saffo offre al lettore.

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᾽Αγών τῶν αἰνιγμάτων – Un gioco didattico tra parola mascherata e problem solving

 

Si illustra di seguito un’attività di problem solving che pone gli studenti di fronte alla necessità di risolvere un indovinello in lingua greca attraverso l’uso delle conoscenze morfologiche e sintattiche e delle competenze trasversali di analisi e di comprensione del testo, acquisite nel primo biennio di Liceo Classico, nella forma di un gioco a squadre, che recupera lo spirito agonistico connesso con l’indovinello nel mondo greco e incrementa la motivazione e la capacità di lavorare in gruppo. 

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