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ClassicoContemporaneo.eu
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Autore: Vincenzo Patricolo (a cura di)

Presupposti epistemologici della valutazione/misurazione

Il titolo del mio contributo, che suona forse un po’ enfatico, vuole proporre una breve riflessione sul rapporto tra le procedure istituzionalizzate di valutazione della ricerca e la dimensione più generale della valutazione in quanto tale. Vorrei chiedermi cioè in che misura quella che per chiarezza andrebbe chiamata neo-valutazione1, e che in questa sede ho proposto di indicare con “valutazione/misurazione”, si ponga in continuità (o addirittura esprima) le pratiche consuete di valutazione esercitate nelle comunità scientifiche e, più in generale, in molti aspetti della nostra vita. Anticipo da subito che la tesi sarà negativa, in favore cioè di una chiara distinzione e netta discontinuità, che credo meriterebbe di essere oggetto di riflessione più di quanto solitamente avvenga.

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Introduzione Atti VI seminario

La sesta edizione del «Seminario nazionale per dottorandi e dottori di ricerca in studi latini», promossa e organizzata dalla Consulta Universitaria di Studi Latini (C.U.S.L.) secondo l’ormai consueta cadenza biennale, si è svolta il 10 dicembre 2021, eccezionalmente in modalità telematica (su piattaforma Zoom) a causa del perdurare delle limitazioni agli spostamenti e alle riunioni in presenza determinato dall’emergenza sanitaria Covid-19. Nonostante tale oggettiva limitazione, ancora una volta, l’iniziativa ha suscitato, nei giovani studiosi cui è rivolta, un notevole interesse, testimoniato dalle qualificate proposte pervenute al Comitato scientifico del Seminario, costituito dalla “Commissione Università” della C.U.S.L., che dopo la fase di selezione si è fatta anche carico, come nella precedente edizione, dell’impegnativo compito di revisionare in doppia lettura i testi presentati per gli atti.

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Historia al di là dei fatti: un’analisi della nota Serv. ad Aen. 1,235

Abstract

 Nel suo commento all’Eneide, Servio presta grande attenzione al “grado di verità” del poema. Nella prefazione al commento, afferma che la poesia epica include elementi reali e fittizi (ad Aen. praef.); nella nota ad Aen. 1,235, espone una classificazione bipartita dei tipi di narrazione: fabula definisce le narrazioni contro natura, historia/argumentum quelle secondo natura. La classificazione enunciata nella prefazione si fonda sul criterio della fattualità, mentre quella della nota ad Aen. 1,235 verte sul concetto di verosimiglianza. L’articolo propone una lettura approfondita di quest’ultima nota. Nel primo paragrafo, si sostiene che l’opposizione fabula – historia/argumentum, esposta nella seconda metà della nota, debba essere compresa alla luce della prima, in cui Servio rimarca che i poeti, incluso Virgilio, tendono a sostituire nomi di luogo e persona con altri loro affini. Evidentemente, alterazioni di questo tipo non intaccano la verosimiglianza della narrazione, cioè non la spostano dalla categoria di historia/argumentum a quella di fabula. Questa osservazione riveste grande importanza nel commento all’Eneide, dato che Servio considera lecite unicamente le creazioni poetiche e le alterazioni della realtà fattuale che si mantengono entro i confini della possibilità naturale, mentre gli elementi narrativi contro natura sono ammessi solo se si fondano sulla tradizione mitico-storica o riprendono precedenti letterari (cf. Serv. ad Aen. 3,46). Nel secondo paragrafo, l’articolo formula l’ipotesi che la riduzione della tripartizione fabula – historia – argumentum a un’opposizione binaria debba essere interpretata alla luce della contraddizione tra la definizione “tradizionale” di narratio e quella di fabula. Questo problema esegetico, rilevato da Mario Vittorino nel commento al De inuentione di Cicerone, potrebbe essere alla radice della fusione di historia e argumentum in un’unica categoria contrapposta a fabula (Comm. Cic. Rhet. 1,19 p. 202,18-25 Halm). Il terzo paragrafo tratta della concezione di natura su cui si fonda la nota Serv. ad Aen. 1,235. Poiché le interpretazioni razionalizzanti riportate da Servio ricalcano spesso quelle di Palefato, il quale condivide il concetto di natura che emerge dalla Generazione degli animali di Aristotele, la nota Serv. ad Aen. 1,235 può essere interpretata alla luce delle opere di Palefato e Aristotele. Questi ritengono che la natura sia “immutabile”: benché ciò non escluda che possano occorrere deviazioni dallo standard naturale, esse non arrivano a determinare mutamenti duraturi dello standard stesso (ad Aen. 6,286). L’ultimo paragrafo propone l’analisi di una selezione di note tratte dal commento di Servio all’Eneide, allo scopo di fornire alcuni esempi dell’applicazione dei criteri di fattualità e verosimiglianza (ad Aen. 1,267; 4 praef.; 1,159; 1,168). Sebbene l’uno possa talora prevalere sull’altro, la classificazione basata sulla verosimiglianza riveste un ruolo fondamentale, in quanto funge da metro di valutazione per distinguere gli esercizi accettabili della creatività poetica da quelli inaccettabili. Per il grammaticus Servio l’Eneide è un testo scolastico su cui apprendere nozioni di filosofia, storia e cultura romana. Ammettendo la necessità che i poemi epici comprendano elementi finzionali e riconoscendo a Virgilio la facoltà di alterare il dato storico per renderlo più adatto a un’opera poetica, Servio difende la fama di Virgilio come poeta onnisciente e, al contempo, la funzione didattica dell’Eneide. A suo avviso, essa include elementi finzionali non perché mira a ingannare il lettore, ma perché essi sono una necessità poetica.


In his commentary on the Aeneid, Servius shows a keen interest in assessing the poem’s “degree of truthfulness”. After acknowledging that epic poetry consists of a blend of truth and fiction (Serv. ad Aen. praef.), he sets forth a classification of the types of narration that distinguishes between fabula, which denotes the accounts against nature, and historia/argumentum, which denotes those in accordance with nature (ad Aen. 1,235). While the distinction between truth and fiction is based on factuality, the one between fabula and historia/argumentum is about verisimilitude. The article provides an in-depth analysis of the note Serv. ad Aen. 1,235. First, it argues that the distinction fabula – historia/argumentum must be understood in the light of the first half of Serv. ad Aen. 1,235, where Servius remarks that poets, including Virgil, typically replace the names of persons and places with others that are close to them. This implies that the change of a name does not affect an account’s verisimilitude since it does not modify its relationship with nature. While Servius accepts modifications of this kind, which remain within the boundaries of historia/argumentum, he welcomes narrative elements against nature only when they are grounded in the mythic-historic tradition or have literary precedents (e.g. traditional myths and gods, cf. Serv. ad Aen. 3,46). Second, the article suggests that Servius’ reduction of the threefold classification fabula – historia – argumentum to a binary opposition might be founded on the contradiction, noticed by Marius Victorinus in his commentary on Cicero’s De inuentione, between the “traditional” definitions of fabula and narratio (Comm. Cic. Rhet. 1,19 p. 202,18-25 Halm). This exegetical problem might have led to the conflation of historia with argumentum and, as a consequence, to their opposition to fabula. Third, it analyses the concept of nature underlying Serv. ad Aen. 1,235. Because Servius’ rationalising interpretations are close to Palaephatus’, and Palaephatus’ notion of nature is similar to the one illustrated by Aristotle in the Generation of Animals, it is possible to read Serv. ad Aen. 1,235 in the light of Palaephatus’ and Aristotle’s works. In their opinion, nature is unchanging: although deviations from the natural standard are possible, they do not cause long-lasting modifications of it (ad Aen. 6,286). Finally, the article analyses some selected notes from the Servian commentary, showing that the classifications based on factuality and verisimilitude coexist, even though sometimes the one prevails over the other (ad Aen. 1,267; 4 praef.; 1,159; 1,168). Nevertheless, the note Serv. ad Aen. 1,235 bears great importance throughout in that it allows Servius to distinguish between acceptable and unacceptable applications – i.e. those against nature, when unsupported by tradition – of poetic creativity. For Servius, a grammarian, the Aeneid is a textbook that enables students to learn about history, philosophy, and Roman culture. By acknowledging that epic poems must contain fictional elements and that Virgil had the right to modify historical reality to make it suit his work, Servius defends Virgil’s reputation as an omniscient poet and, at the same time, the importance of reading the Aeneid in schools: Virgil did not use fictions to deceive, but because they are a literary necessity..

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La parabola della libertas nel progetto narrativo dell’Epitome di Floro

Abstract

Floro costruisce il racconto delle sanguinose vicende legate alla conquista della libertas allo scopo di dimostrare che, fin dalla nascita della res publica, erano presenti i germi di quella ferocia che porterà i Romani ad inseguire il lusso e il potere ad ogni costo. Questa cupido dominandi sarà alla base di quella depravazione morale poi sfociata nelle guerre civili.


Florus builds the story of the bloody events linked to the conquest of libertas in order to show that, since the birth of the res publica, there were the seeds of that ferocity that will lead the Romans to chase luxury and power at all costs.
This cupido dominandi will be the basis of that moral depravity that will result in civil wars.

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Due letture della defectio di Taranto: Livio (25, 7-11) e Polibio (8, 24-31)

Il contributo conduce un’analisi comparata della versione liviana della defectio di Taranto (Liv. 25, 7-11) e della corrispondente versione di Polyb. (8, 24-34). Le somiglianze fra i due testi a livello di impostazione narrativa e di scelta degli argomenti confermano l’uso di Polibio come fonte primaria, ma anche specificano le caratteristiche della tecnica compositiva liviana e il rapporto con il modello greco. Si tratta di un rapporto complesso, che va dalla semplice aderenza alla rielaborazione personale fino al manifesto adattamento a una prospettiva romanocentrica. Tale operazione si concretizza nell’omissione di dati, in silenzi eloquenti e in indulgenze ad un tipo di storiografia “drammatica”, più congeniale di quella polibiana al pubblico di età augustea. Ciò che non si incontra mai nella rielaborazione liviana della fonte sono falsificazioni e stravolgimenti, anzi il modello viene sempre trattato con integrità intellettuale e rispetto della storia.


The article conducts a comparison of the account of the defectio of Tarentum in Livy (25, 7-11) and in Polybius (8, 24-34). The similarities between the two texts in terms of narrative framework and choice of the arguments confirm Livy’s use of Polybius as a direct source for these events, but also clarify the characteristics of Livy’s tecniques and the relationship with the Greek model. It is a complex relationship, ranging from simple adherence to personal reworking up to the manifest adaptation to a Roman perspective. This operation takes the form of the omission of data, eloquent silences and indulgences to a type of “dramatic” historiography, more congenial than the Polybian Histories to the readers of the Augustan age. What is never encountered in Livian’s reworking of the source are falsifications and distortions; indeed, the model is always treated with intellectual integrity and respect for history.

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Teoria e pratica dell’adulazione in Seneca: Marco Antonio nella Consolatio ad Polybium

Questo articolo intende dimostrare un duplice livello di lettura nella Consolatio ad Polybium. Nella parte conclusiva della consolatio, Seneca affida a Claudio il ruolo di consolator e nella selezione attribuita al princeps degli exempla di uomini illustri, che seppero affrontare cum magno animo il dolore in seguito alla morte di un fratello, figura anche Marco Antonio. La presenza dell’ex triumviro in questo catalogo sembrerebbe l’ennesimo tentativo di blandire il princeps. Tuttavia, in aggiunta ad un primo livello di lettura, in cui Seneca sembra omaggiare l’imperatore, se ne potrebbe individuare un secondo, in cui, attraverso le parole dello stesso Claudio, il filosofo alluderebbe alle contraddizioni insite all’interno della dinastia giulio-claudia e particolarmente evidenti nella figura di Marco Antonio. Il discorso di Claudio nella Consolatio ad Polybium si rivela quindi un coacervo di allusioni politiche.


This paper analyses the conclusion of the Consolatio ad Polybium, when Seneca assigns Claudius to take the role of the consolator. In the speech attributed to the princeps by Seneca, among the exempla of men who successfully dealt with grief, Claudius also mentions Mark Antony. At first sight, the presence of Mark Antony in this gallery of viri illustres seems to comply with Seneca’s desire to ingratiate himself with the favour of the princeps. Nevertheless, two different levels of reading coexist: on the first level, Seneca praises the emperor, but on the second level, through Claudius’ speech, he flushes out all contradictions and conflicts inside the Julio-Claudian dynasty. These contradictions are particularly evident in the historical character of Mark Antony. We should, therefore, read Claudius’ speech in the consolation also like a mix of political allusions which have particular relevance considering Claudius’ biography.

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Note a Ov. epist. 6: a scuola di ethopoeia

Abstract

Nelle Epistulae Heroidum, Ovidio immagina che cosa e secondo quali modalità un’eroina del mito, sedotta e abbandonata e, in generale, lontana dal proprio partner, sia in grado di scrivere a costui, per esortarlo a ricambiare il sentimento d’amore, approfittando dell’occasione per raccontare la propria verità dei fatti, senza che questa sia filtrata dal sistema di valori dell’universo maschile. L’ipotesi è che alla base delle Heroides ci sia l’etopea, un praeexercitamen che, secondo la manualistica in lingua greca, nel genere epistolare trova terreno fertile, in quanto la lettera è lo strumento più idoneo all’espressione dell’ethos e degli adfectus dell’individuo, che si riversano nella scrittura. Nel tentativo di cogliere i dettagli della plausibile presenza dell’ethopoeia, si indagherà non solo la produzione ovidiana, ma anche la precettistica in lingua greca e latina, prendendo in esame, nello specifico, le parole di Ipsipile (Ov. epist. 6), la quale non si limita a persuadere il suo amato (suasoria), ma finisce per tratteggiare il suo ethos (ethopoeia), un ethos che inevitabilmente condiziona il modo in cui ella si rivolge a Giasone. 


 In Epistulae Heroidum, Ovid imagines what and how a heroine of myth, seduced and abandoned, and, in general, away from her partner, is able to write to him, in order to urge him to return love, taking the opportunity to tell her own version of the story, without it being filtered by the value system of the male universe. The hypothesis is that, at the core of Heroides, there is the ethopoeia, a praeexercitamen that, according to Greek manuals, finds fertile ground in the epistolary genre, because the letter is the most suitable tool for expression of ethos and adfectus of the individual, which converge into the writing. In an effort to grasp the details of the plausible presence of ethopoeia, we will investigate not only the Ovidian production, but also the Greek and Latin precepts, by examining, in particular, the words of Hypsipyle (Ov. epist. 6), who does not merely persuade her beloved (suasoria), but ends up describing her ethos (ethopoeia), an ethos which inevitably conditions the way she addresses Jason.

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Ancora su Truc. 266: nuove riflessioni paleografiche

Il 266 è, tra i versi del Truculentus plautino, uno dei più vessati dalla critica antica e moderna: tramandato da entrambi i rami della tradizione, in uno (A) presenta problemi metrico-prosodici, nell’altro (P) stilistico-contenutistici. Una restitutio affidabile del verso non sembra perciò conseguibile e, dopo aver tentato di ricostruire i processi di corruttela nelle lezioni dei Palatini e di supportare, paleograficamente, una recente ipotesi di emendatio, in vista di una nuova edizione del testo plautino si ritiene più prudente individuare l’intero stichos come locus desperatus.


Pl. Truc. 266 is one of the most tormented verses of this comedy, both by ancient and modern scholarship. The verse, handed down by both branches of tradition, features metrical and prosodical issues in the former (A) and stylistic problems in the latter (P). After attempting at a reconstruction of the corrupting process in the Palatine manuscripts (mostly from a palaeographical point of view) in order to support a new emendation, the verse is concluded to be a locus desperatus.

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Frammenti di storia e di poesia: la fortuna di Marco Antonio nella poesia latina in frammenti

This paper aims to analyse the different phases of imperial propaganda against Mark Anthony, starting from Augustus’s only surviving epigram, written in the crucial years following the Battle of Philippi, and continuing until at least Tiberius’s era, thanks to a number of poetical fragments from Varius Rufus, Cornelius Severus and Rabirius. The study of minor poetry will prove to be particularly useful for our understanding of the cultural, social and literary context of this era. The fragments will allow us reconstruct the evolution of an enduring clash with a wide range of nuances, from indirect attacks to personal, ethical and political ones, which will lead to a progressive reduction of Mark Antony’s status to simple rhetorical topos, before finally resulting in a posthumous re-evaluation, even if only partial.


Il presente contributo si propone di ripercorrere le diverse fasi della propaganda imperiale contro Marco Antonio, a partire dall’unico epigramma superstite della produzione letteraria di Augusto, composto negli anni cruciali che seguirono la battaglia di Filippi, e proseguendo almeno fino all’età tiberiana, attraverso i frammenti poetici di Vario Rufo, Cornelio Severo e Rabirio. Lo studio della poesia minore si rivela in questo caso particolarmente significativo e capace di arricchire la nostra conoscenza del panorama culturale, storico e letterario di quest’epoca. I frammenti ci restituiscono, infatti, alcuni importanti momenti di un conflitto che si protrasse a lungo e attraversò fasi alterne, dall’attacco indiretto a quello personale, etico, politico, per giungere a una progressiva riduzione di Marco Antonio a puro topos retorico, e concludendo con una, almeno parziale, rivalutazione postuma.

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I Graeca nella redazione Δ delle Institutiones di Cassiodoro

La redazione Δ delle Institutiones saeculares di Cassiodoro si segnala per la presenza costante di brevi interpolazioni ellenizzanti, in massima parte costituite da Graeca (singoli termini isolati, oppure traditi all’interno di diagrammi o di più ampie note in latino). L’analisi puntuale di queste interpolazioni, condotta al contempo sul piano filologico e contenutistico, consente di delineare un quadro coerente di riferimenti, contribuendo a definire la natura della stessa redazione e il contesto culturale entro il quale è stata realizzata.


One of the interpolated recensions of Cassiodorus’ Institutiones saeculares, commonly known as Δ, displays a good number of additions referring to Greek textuality. Greek terms commonly appear in the form of isolated references; in other cases, they are transmitted within diagrams or more extended Latin quotations. A careful analysis of this material – regarding the Greek notes’ sources and content, but also their philological value – gives a coherent picture of the interpolator’s culture and context, therefore conveying relevant information to the critical editor.

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