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ClassicoContemporaneo.eu
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Autore: Vincenzo Patricolo (a cura di)

Mito e romanzo negli anni Zero: Roth, Vollmann, Littell

La narrativa degli anni Zero recupera il mito classico come elemento strutturante del racconto, ma in maniera distante tanto dal modello modernista quanto dal postmodernismo: pur rinunciando all’ironia tipica della postmodernità, il mito non riveste nemmeno la funzione, che aveva nelle grandi opere del modernismo, di detonatore di significati latenti e di illustratore dell’inautenticità del contemporaneo e della persistenza di una struttura archetipica. Questo è tanto più vero se si considera che la fonte privilegiata di accesso al contenuto mitico non è più l’antropologia, come per i modernisti, bensì la tragedia. In questo senso, partendo da The Human Stain di Philip Roth (2000), Europe Central di William T. Vollmann (2005) e Les Bienveillantes di Jonathan Littell (2007), intendo illustrare come nel romanzo contemporaneo l’uso del mito non faccia più parte di una strategia simbolica, bensì abbia una funzione eminentemente logico-argomentativa.

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La fantascienza fra mito antico e mito moderno

 

Il genere fantascienza rappresenta un perfetto laboratorio per l’elaborazione di un’idea a livello di cultura di massa del rapporto fra uomo e scienza, fra società e progressi scientifici, oscillando fra i due poli di un rassicurante ottimismo e di una cupa sfiducia. In questo saggio presento alcune considerazioni su questo tema, elaborandolo sulla base di due categorie ideali dei movimenti di pensiero del novecento, il modernismo dell’inizio del secolo decimo nono e l’atteggiamento disilluso postmodernista. In particolare discuto come queste due categorie vengano declinate nel genere fantascientifico in termini di un uso del mito moderno alla Ulisse di Joyce o del recupero di miti antichi che riconducono alla visione “religiosa” del rapporto fra uomo e natura.

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Cyborg Invasion al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli nel 2017 ha ospitato la mostra «Cyborg Invasion». Quindici noti fumettisti hanno reinterpretato in chiave cyborg altrettanti capolavori della scultura antica. All’Artemide Efesia, al c.d. Doriforo e all’Ercole Farnese sono trapiantati graficamente membra o organi sintetici e sono divenuti così personaggi della letteratura fantascientifica. Il breve scritto passa in rassegna le opere valutando il significato della mostra.

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Classical Traditions in Science Fiction, Brett M. Rogers and Benjamin Eldon Stevens (eds.), coll. «Classical Presences», Oxford University Press, New York 2015.

Recensione a cura di Domitilla Campanile e Rossana Valenti

Il tema del volume, e la circostanza che si tratta della prima ampia pubblicazione dedicata al rapporto tra fantascienza e tradizione classica, danno ragione della estesa Introduzione (pp. 1-24): vi compaiono interessanti questioni metodologiche, come quelle relative alla definizione stessa di Science Fiction, abbreviata in SF: i curatori comprendono, in maniera un po’ ambigua, sotto questa dizione anche concetti come science fable, scientific fantasy o speculative fiction, non definendone quindi con chiarezza statuto e caratteristiche formali. Questa incertezza, peraltro, è probabilmente ineludibile nell’esame di un ‘genere’ che conosce molte ramificazioni e incroci, se non vere e proprie ‘invasioni di campo’.

 

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Fantascienza e mondo classico. Introduzione a un dibattito

Seguire lo sviluppo di un’idea, di una moda o di un genere letterario è sempre un’impresa suggestiva: da una prima intuizione si sviluppano linee di pensiero e procedure narrative che crescono e si ramificano. A volte le cose procedono in parallelo, magari in diverse tradizioni culturali e su diversi registri espressivi, a volte si susseguono nello stesso ambiente; e i diversi rami di un pensiero e di una pratica possono divergere per poi tornare a incontrarsi. Sembra questa, contorta e affascinante, la linea che ha portato all’incontro tra mondo classico e fantascienza: un connubio a prima vista insolito, che però si afferma fin dall’apparizione del libro con il quale, nel 1818, ha inizio, secondo gli studiosi, il genere narrativo oggi identificato come “fantascienza”: Frankenstein or the modern Prometheus di Mary Shelley, che già nel sottotitolo inseriva con decisione il suo personaggio nell’ambito della tradizione classica, pur qualificando con l’aggettivo ‘moderno’ la figura letteraria che poi si insedierà nell’immaginario collettivo identificando sia lo scienziato che la sua mostruosa creatura.

Fin dai suoi inizi, dunque, la fantascienza (o Science Fiction, nella terminologia inglese, con una significativa inversione dei due vocaboli) descrive il futuro valendosi di figure, concetti e miti che pertengono al passato e al mondo greco-romano, e rinegoziando valori e pratiche consolidati da un’antica tradizione.

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Il latino come strumento di mediazione culturale. Un’esperienza didattica in classi multietniche

In questi anni di rapide trasformazioni si avverte la necessità di ripensare gli obiettivi propri di ciascun settore educativo. Lingue e culture classiche sono da tempo accusate di essere saperi obsoleti, il cui ruolo all’interno del sistema sarebbe da ridimensionare radicalmente. Per rispondere efficacemente a queste critiche non basta appellarsi a pur valide ragioni storico-culturali e a una generica utilità formativa del greco e del latino; occorre uno sforzo di rinnovamento metodologico e di ripensamento epistemologico, che sappia rimettere i nostri saperi in gioco nel dibattito culturale contemporaneo e dialogare con la società e il territorio, identificando nuove possibili utilità del classico. Nel contesto delle nuove classi multiculturali lo studio del latino può ad esempio essere uno spazio non solo per sviluppare una maggiore competenza linguistica, ma anche per esercitare pratiche di dialogo interculturale. La lingua-cultura dei romani stimola infatti in modo del tutto peculiare la riflessione sulle differenze: se è vero che i classici sono per molti aspetti gli “antenati” della cultura occidentale, essi meritano di essere confrontati con tradizioni linguistico-culturali extra-europee per rivelare fenomeni di distanza/convergenza, di riuso/abbandono, di persistenza e di negoziazione utili ad educare le giovani generazioni a una concezione flessibile e dialogica delle identità culturali.

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Latine disco et ludo: un corso di avviamento alla lingua e alla cultura latina per la terza media

Il corso, nato dalla necessità di contrastare la dispersione scolastica al ginnasio attraverso un rafforzamento della motivazione e dei prerequisiti ancora in fase di orientamento, si propone di avviare gli studenti di terza media allo studio non solo della lingua, ma anche della cultura latina con una didattica varia e coinvolgente.

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Il progetto “Oikeiôsis”: traduzione cooperativa e marcatura websemantica dell’Epistula ad Lucilium 121 di Seneca

L’articolo descrive un’attività di traduzione cooperativa di un’epistola senecana svolta in una classe V di un Liceo Scientifico di Palermo. Oltre alla traduzione, la classe ha lavorato all’etichettatura del testo originale latino. La traduzione è stata pubblicata su https://epistula121.tk, mentre l’etichettatura, da poco terminata, verrà consegnata al network di ricerca internazionale «GDRi Zoomathia», che sta lavorando allo sviluppo di un data base websemantico di testi, immagini e resti archeologici per lo studio della zoologia antica e medievale.

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Imparare la retorica con lo Pseudo-Quintiliano: diario di un’esperienza

Dal marzo 2014 all’agosto 2015 presso l’Université de Lausanne è stato condotto un progetto (finanziato dal Fondo Nazionale Svizzero della ricerca scientifica) destinato alla diffusione nelle scuole superiori della declamazione latina. Lo scopo del progetto era quello di rendere, per così dire, le declamazioni al contesto di riferimento loro proprio, ma da cui sono ormai del tutto escluse, quello cioè dell’insegnamento scolastico secondario. Gli allievi di 11 classi delle superiori del Cantone Vaud sono stati iniziati così alla pratica della declamazione attraverso il tema di una declamazione antica, la prima Declamazione Maggiore dello Pseudo-Quintiliano, nella quale si accusano vicendevolmente dell’omicidio di un pater familias il figlio di primo letto di questo, cieco, e la seconda moglie. Gli allievi hanno dovuto produrre (in francese) una controversia basata su questo tema e poi declamarla davanti a un’altra classe seguendo le regole dell’actio antica. I risultati promettenti di quest’esperienza dimostrano l’assoluta vitalità e modernità della pratica della declamazione antica anche nella scuola dei giorni nostri.

 

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Identidad y estética: la Antigüedad clásica en la moda italiana contemporánea

Come esposto nel corso del Seminario “Comunicare l’antico Oggi”, tenutosi il 13 e 14 giugno 2018 presso la Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma – CSIC, nel nostro contemporaneo sono disponibili numerosi strumenti che permettono di diffondere e far conoscere la cultura dell’antico. Nella società odierna, che ha una delle sue principali caratteristiche nel valore dell’immagine, la moda gioca un ruolo fondamentale come veicolo di divulgazione di cultura e come generatore di identità collettive. Per questo motivo si tratta anche di uno strumento adeguato per la diffusione dell’immagine dell’Antichità, in maniera rinnovata, aggiornata e conforme ai tempi moderni, avendo tale ambito una speciale visibilità in Italia. Prova di ciò sono le collezioni di alcuni stilisti italiani come Versace, Valentino e Dolce & Gabbana, che raccogliendo la forza visiva delle risorse all’antichità, hanno contribuito a plasmare un valore estetico per l’Italia contemporanea che assimila la bellezza italiana attuale con quella classica e, in qualche modo, genera una recupero di identità quando la si distingue, ad esempio, dal resto delle mode europee. Antichità, moda e identità compongono, quindi, un trinomio chiave nell’attuale cultura italiana. 

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