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ClassicoContemporaneo.eu
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Autore: Vincenzo Patricolo (a cura di)

Paesaggi inameni della letteratura latina fino al II sec. d.C.

Questo articolo intende contribuire allo studio dei paesaggi inameni della letteratura latina fino al II sec. d.C. mediante una nuova proposta di sistemazione di una categoria ancora sostanzialmente inesplorata e che gode di minore successo rispetto al più celebre topos letterario del locus amoenus. Gli studi apparsi negli anni che si sono occupati della natura descritta in termini negativi, alcuni dei quali di carattere antropologico, non hanno offerto una visione d’insieme del tema e hanno moltiplicato i riferimenti terminologici (paesaggio dionisiaco, locus horridus, locus terribilis, locus horribilis, etc.), senza definire con esattezza i caratteri e gli elementi delle diverse tipologie dell’inameno. Per cercare di chiarire i confini interni tra le varie tipologie, si è resa necessaria un’analisi dei testi, finora a mio parere trascurati, utile per riconoscere gli usi lessicali ricorrenti in ogni singola manifestazione dell’inamoenus: lo studio degli aggettivi, senza sottovalutare la funzione che la descriptio svolge all’interno dell’opera, ci permettono di assegnare un’ἔκφρασις a un tipo di paesaggio invece che a un altro. Nel presente contributo, che costituisce la presentazione generale e sintetica di un lavoro di ricerca più ampio, un’attenzione particolare è dedicata allo status quaestionis e ad alcuni loca horrida con evidenti affinità di ordine tematico e stilistico.


My paper aims at contributing to the evaluation of the “unpleasant” landscapes in Latin literature up to the II century A.D. through a new classification proposal for a category which is yet unexplored and less famous than the literary topos of the locus amoenus. The studies that hitherto have dealt with nature described in negative terms (some of which are anthropological) have not provided an overview of the theme and have multiplied terminological references (Dionysiac landscape, locus horridus, locus terribilis, locus horribilis, etc.), without exactly defining the characteristics and elements of the different “unpleasant” places typologies. In order to clarify the boundaries between these typologies, a textual analysis of the passages, in my opinion not fully estimated till now, has become necessary. Such analysis is useful for identifying the most frequent lexical uses in each manifestation of the inamoenus: a study of adjectives, without ignoring the role of descriptio within the work, allows us to assign a ἔκφρασις to one type of landscape rather than another. In this contribution, which constitutes the general and concise presentation of a broader research work, particular attention is paid to the status quaestionis and to some loca horrida with similar thematic and stylistic features.

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Per la genesi dell’Ars Riuipullensis, un commento inedito al De partibus orationis di Donato

L’Ars Riuipullensis è un commento di età carolingia all’Ars grammatica di Donato incentrato sullo studio delle partes orationis. L’articolo si compone di due sezioni: nella prima vengono analizzati i testimoni dell’opera e se ne stabiliscono i rapporti di parentela da un punto di vista testuale e storico; nella seconda, invece, attraverso l’esame di alcuni passi e il confronto con le fonti dell’anonimo autore e con i testi che può aver avuto a sua disposizione, vengono formulate alcune ipotesi a proposito dell’epoca e del luogo di composizione del manuale.


Ars Riuipullensis is a comment dating back to the Carolingian Age on the Ars grammatica by Donatus, focusing on the study of partes orationis. The article is made of two sections: on the one hand, the first part includes the analysis of the work’s witnesses and the acknowledgement of their relationships from a textual and historical point of view; on the other hand, the second part envisages, thanks to the examination of some passages and the comparison with the sources of the anonymous author and with the texts that he might have had available, the formulation of some hypotheses about the time and place of composition of the textbook.

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Fraus annibalica (e scipionica?) all’opera: Sil. 7, 282-380 e la declinazione perversa della Dolonia

In Sil. 7, 282-380 è raccontato lo stratagemma annibalico che permette all’esercito punico di forzare il blocco romano: una notte i Cartaginesi legano fascine infuocate alle corna di duemila buoi lasciati liberi di correre e le sentinelle romane fuggono impaurite. In questa sequenza narrativa Silio si confronta con la catena di risvegli dei capi achei nella Dolonia iliadica. Questi ultimi, però, sono sostituiti da perfidi comandanti punici, i quali, solo apparentemente iper-epici, fanno mostra di una virtus degradata, distruttiva e fraudolenta: la virtù notturna della Dolonia, diversa da quella convenzionale dell’aristia bellica, non disprezzata nell’Iliade ma già problematizzata in Virgilio, si presenta nella sua declinazione peggiore. Anche Scipione in terra africana, nel racconto degli storici, inganna e devasta, incendiando di notte gli accampamenti di Siface e Asdrubale Giscone; Silio, però, depura il suo eroe da ogni macchia di frode, trasferendo semmai alcuni elementi di questa vicenda nella scena del libro settimo in modo da porre enfasi sulla degradazione della virtus dei comandanti punici.


In Sil. 7, 282-380 Hannibal devises an astute plan to free his army from encirclement by the Romans: at night, the Punic warriors set fire to brushwood tied around the horns of 2,000 plough oxen and, as a consequence, the Roman sentinels flee away. In this narrative sequence Silius draws inspiration from Iliad 10, when the Argive leaders wake up before Odysseus and Diomedes’ night mission begins. Nevertheless, the Argive leaders are replaced by treacherous Punic warriors, who at first glance seem “hyper-epic” characters but then show how cruel and morally base their virtus is. The nocturnal virtue, albeit different from the conventional virtue of the aristeia, is not despised in the Iliad, while in the Punica (and, beforehand, in Virgil’s Aeneid) is highly problematized. The second part of the article focuses on Scipio, who according to the historians treacherously sets fires and destroys at night Syphax’ and Hasdrubal Gisco’s military camps. It is argued that Silius cleans up Scipio’s portrait and uses elements of this episode in the narrative sequence of the seventh book in order to put emphasis on the degradation of Punic leaders’ virtus.

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Ricordare o dimenticare? La memoria della nobilitas al bivio e il suo uso nelle orazioni di Cicerone

L’articolo cerca di enucleare ed esemplificare tre direzioni nelle quali lo slogan della nobilitas viene declinato e manipolato da Cicerone: quando l’oratore deve difendere il proprio assistito, il legame privilegiato e diretto tra costui e l’illustre passato della famiglia da cui proviene è dato per scontato e riconosciuto; quando deve convincere un interlocutore, il criterio della nobilitas è impiegato come strumento di stimolo, affinché il personaggio chiamato in causa, spinto a recuperare i propri legami con la sua tradizione familiare, possa finalmente dimostrarsi all’altezza degli antenati che lo hanno preceduto; infine, quando l’obiettivo è la critica o la derisione dell’avversario, Cicerone si serve di vari procedimenti argomentativi per rimarcare la degenerazione e l’allontanamento del discendente rispetto all’illustre esempio rappresentato dai suoi antenati. In conclusione si mostra come quest’ultima strategia preluda alla radicale messa in discussione del criterio della nobilitas in quanto tale e alla negazione della sua funzione di riconoscibilità pubblica e di legittimazione politica.


In this paper, the perusal of some excerpts of Cicero’s political and forensic speeches shows that Cicero uses the rhetorical and ideological device of the slogan of nobilitas in three different ways. In some cases, Cicero takes for granted and he highlights the family relations linking the great protagonists of Roman history and the people he defends. In other cases, he casts doubt on these relations even when they are potentially still ongoing. In the remaining cases, he tries to prove that these relations are irreversibly broken and he treats the living person against whom he is addressing his invective as being totally unrelated to the gens they belong to. Finally, the paper focuses on the third strategy adopted by Cicero and it shows how this strategy can be used to debate whether nobilitas is a valid argument per se and whether it contributes to public popularity and to political validation.

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“There is no alternative”? Uno sguardo genealogico al futuro della valutazione

Parto dal titolo del mio intervento, il quale contiene i termini del discorso che vorrei sviluppare, in risposta a una chiamata che inizialmente mi ha creato qualche imbarazzo. L’invito a «un contributo propositivo, a non soffermarsi a discutere sui modelli valutativi finora applicati, sui quali esiste ormai da tempo un ampio e variegato dibattito, ma di individuare […] possibili modalità di valutazione adeguate a tali specificità» mi avrebbe portato a rinunciare a questa importante occasione se avessi dovuto prenderlo alla lettera, ovvero come un invito a separare ciò che giudico un errore separare – intendo contributo propositivo e discussione dei modelli finora applicati – e se il rimando ad un ampio dibattito avesse sottinteso l’idea di una diagnosi con punti fermi e condivisi, primo fra tutti quello dell’esistenza di una valutazione adeguata, della sua effettiva possibilità o comunque della sua inaggirabilità.

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Più latino per tutti

L’emergenza sanitaria e il relativo lockdown, con il rallentamento e la sospensione della vita sociale e delle attività ad essa connesse, hanno prevedibilmente intralciato non poco i lavori della Commissione “Società”, che ho l’onore e il piacere di coordinare all’interno della Consulta degli Studi Latini: tuttavia, ancorché ‘a distanza’, i nostri incontri sono stati frequenti e sempre pieni di interesse, ricchi di discussioni vivaci e stimolanti.

 

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Fenestella fonte di Plinio il Vecchio: natura, erudizione e cronografia (a proposito di Plin. 33, 146; 8, 19; 15, 1)

Abstract

L’articolo si propone di esaminare tre citazioni di Fenestella contenute nella Naturalis historia Plinio il Vecchio (33, 146; 8, 19; 15, 1) all’interno delle quali emergono numerose questioni antiquarie e cronografiche che sembrano aver caratterizzato la sua attività, come il topos del πρῶτος εὑρετής, l’interesse per gli spettacoli pubblici, l’uso di formule di datazione ricercate e complesse, e la spiegazione di fenomeni culturali sulla base delle fasi della propria vita. In secondo luogo, poiché in nessuna delle citazioni viene menzionato il titolo dell’opera da cui sono tratte, il contributo mira a ricostruire quale fosse l’opera di Fenestella utilizzata da Plinio nella sua ricerca erudita. In conclusione, si mostra come la riflessione cronografica, forse in virtù delle questioni trattate e della modalità in cui l’esposizione è strutturata, sembra rivestire un ruolo centrale in questi frammenti, che dovevano appartenere forse ad un’opera storiografico-antiquaria come gli Annales. 


The article examines quotations by Fenestella from Pliny the Elder’s Naturalis historia. The analysis is mainly based on three passages (33, 146; 8, 19; 15, 1) and aims at showing many antiquarian and chronographic issues that seem to have characterised Fenestella’s work (i. e. the topos of πρῶτος εὑρετής, the interest in public games, polished and complex formulas used to record past events, and the explanation of cultural phenomena based on his own life). Secondly, the purpose of this paper is to reconstruct which of Fenestella’s work Pliny used in his erudite research, since the quotations only record Fenestella’s name. In conclusion, we will show how reflection on chronographic issues seems to play a central role in these fragments. Perhaps, because of the issues they deal with and the structure of the exposition, they could have belonged to a historiographical-antiquarian work such as the Annales.

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Historia al di là dei fatti: un’analisi della nota Serv. ad Aen. 1,235

Abstract

 Nel suo commento all’Eneide, Servio presta grande attenzione al “grado di verità” del poema. Nella prefazione al commento, afferma che la poesia epica include elementi reali e fittizi (ad Aen. praef.); nella nota ad Aen. 1,235, espone una classificazione bipartita dei tipi di narrazione: fabula definisce le narrazioni contro natura, historia/argumentum quelle secondo natura. La classificazione enunciata nella prefazione si fonda sul criterio della fattualità, mentre quella della nota ad Aen. 1,235 verte sul concetto di verosimiglianza. L’articolo propone una lettura approfondita di quest’ultima nota. Nel primo paragrafo, si sostiene che l’opposizione fabula – historia/argumentum, esposta nella seconda metà della nota, debba essere compresa alla luce della prima, in cui Servio rimarca che i poeti, incluso Virgilio, tendono a sostituire nomi di luogo e persona con altri loro affini. Evidentemente, alterazioni di questo tipo non intaccano la verosimiglianza della narrazione, cioè non la spostano dalla categoria di historia/argumentum a quella di fabula. Questa osservazione riveste grande importanza nel commento all’Eneide, dato che Servio considera lecite unicamente le creazioni poetiche e le alterazioni della realtà fattuale che si mantengono entro i confini della possibilità naturale, mentre gli elementi narrativi contro natura sono ammessi solo se si fondano sulla tradizione mitico-storica o riprendono precedenti letterari (cf. Serv. ad Aen. 3,46). Nel secondo paragrafo, l’articolo formula l’ipotesi che la riduzione della tripartizione fabula – historia – argumentum a un’opposizione binaria debba essere interpretata alla luce della contraddizione tra la definizione “tradizionale” di narratio e quella di fabula. Questo problema esegetico, rilevato da Mario Vittorino nel commento al De inuentione di Cicerone, potrebbe essere alla radice della fusione di historia e argumentum in un’unica categoria contrapposta a fabula (Comm. Cic. Rhet. 1,19 p. 202,18-25 Halm). Il terzo paragrafo tratta della concezione di natura su cui si fonda la nota Serv. ad Aen. 1,235. Poiché le interpretazioni razionalizzanti riportate da Servio ricalcano spesso quelle di Palefato, il quale condivide il concetto di natura che emerge dalla Generazione degli animali di Aristotele, la nota Serv. ad Aen. 1,235 può essere interpretata alla luce delle opere di Palefato e Aristotele. Questi ritengono che la natura sia “immutabile”: benché ciò non escluda che possano occorrere deviazioni dallo standard naturale, esse non arrivano a determinare mutamenti duraturi dello standard stesso (ad Aen. 6,286). L’ultimo paragrafo propone l’analisi di una selezione di note tratte dal commento di Servio all’Eneide, allo scopo di fornire alcuni esempi dell’applicazione dei criteri di fattualità e verosimiglianza (ad Aen. 1,267; 4 praef.; 1,159; 1,168). Sebbene l’uno possa talora prevalere sull’altro, la classificazione basata sulla verosimiglianza riveste un ruolo fondamentale, in quanto funge da metro di valutazione per distinguere gli esercizi accettabili della creatività poetica da quelli inaccettabili. Per il grammaticus Servio l’Eneide è un testo scolastico su cui apprendere nozioni di filosofia, storia e cultura romana. Ammettendo la necessità che i poemi epici comprendano elementi finzionali e riconoscendo a Virgilio la facoltà di alterare il dato storico per renderlo più adatto a un’opera poetica, Servio difende la fama di Virgilio come poeta onnisciente e, al contempo, la funzione didattica dell’Eneide. A suo avviso, essa include elementi finzionali non perché mira a ingannare il lettore, ma perché essi sono una necessità poetica.


In his commentary on the Aeneid, Servius shows a keen interest in assessing the poem’s “degree of truthfulness”. After acknowledging that epic poetry consists of a blend of truth and fiction (Serv. ad Aen. praef.), he sets forth a classification of the types of narration that distinguishes between fabula, which denotes the accounts against nature, and historia/argumentum, which denotes those in accordance with nature (ad Aen. 1,235). While the distinction between truth and fiction is based on factuality, the one between fabula and historia/argumentum is about verisimilitude. The article provides an in-depth analysis of the note Serv. ad Aen. 1,235. First, it argues that the distinction fabula – historia/argumentum must be understood in the light of the first half of Serv. ad Aen. 1,235, where Servius remarks that poets, including Virgil, typically replace the names of persons and places with others that are close to them. This implies that the change of a name does not affect an account’s verisimilitude since it does not modify its relationship with nature. While Servius accepts modifications of this kind, which remain within the boundaries of historia/argumentum, he welcomes narrative elements against nature only when they are grounded in the mythic-historic tradition or have literary precedents (e.g. traditional myths and gods, cf. Serv. ad Aen. 3,46). Second, the article suggests that Servius’ reduction of the threefold classification fabula – historia – argumentum to a binary opposition might be founded on the contradiction, noticed by Marius Victorinus in his commentary on Cicero’s De inuentione, between the “traditional” definitions of fabula and narratio (Comm. Cic. Rhet. 1,19 p. 202,18-25 Halm). This exegetical problem might have led to the conflation of historia with argumentum and, as a consequence, to their opposition to fabula. Third, it analyses the concept of nature underlying Serv. ad Aen. 1,235. Because Servius’ rationalising interpretations are close to Palaephatus’, and Palaephatus’ notion of nature is similar to the one illustrated by Aristotle in the Generation of Animals, it is possible to read Serv. ad Aen. 1,235 in the light of Palaephatus’ and Aristotle’s works. In their opinion, nature is unchanging: although deviations from the natural standard are possible, they do not cause long-lasting modifications of it (ad Aen. 6,286). Finally, the article analyses some selected notes from the Servian commentary, showing that the classifications based on factuality and verisimilitude coexist, even though sometimes the one prevails over the other (ad Aen. 1,267; 4 praef.; 1,159; 1,168). Nevertheless, the note Serv. ad Aen. 1,235 bears great importance throughout in that it allows Servius to distinguish between acceptable and unacceptable applications – i.e. those against nature, when unsupported by tradition – of poetic creativity. For Servius, a grammarian, the Aeneid is a textbook that enables students to learn about history, philosophy, and Roman culture. By acknowledging that epic poems must contain fictional elements and that Virgil had the right to modify historical reality to make it suit his work, Servius defends Virgil’s reputation as an omniscient poet and, at the same time, the importance of reading the Aeneid in schools: Virgil did not use fictions to deceive, but because they are a literary necessity..

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La formazione del perfetto nella grammatica di Diomede: sondaggi preliminari sulle fonti

Abstract

Le discussioni che nella sua Ars il grammatico Diomede dedica alla formazione del tempo perfetto e ai verbi con lacune nella flessione (GL I 364, 9-381, 9) sono particolarmente interessanti dal punto di vista delle fonti che presuppongono. Nel presente contributo si offrirà una panoramica generale sulla sezione in questione e sui materiali che, in essa contenuti, sono stati riconosciuti come provenienti dall’uno o dall’altro autore cui Diomede sembra attingere. Contestualmente, soprattutto nella parte conclusiva, si approfondiranno alcuni punti che si ritengono significativi per meglio comprendere il modo in cui il nostro grammatico lavorava e ipotizzare possibili percorsi attraverso cui alcune informazioni giunsero fino a lui.


In Diomedes’ Ars grammatica discussions about perfect tense and defective verbs (GL I 364, 9-381, 9) are very interesting because of the underlying sources. In this paper we will try to provide a general outline about this section and to identify issues derived from one or the other author Diomedes seems to have drawn from. At the same time, especially in the last part, the article will explore some passages we deem particularly significant to understand how our grammarian worked and to make hypotheses about possible paths trough which some information reached him.

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La parabola della libertas nel progetto narrativo dell’Epitome di Floro

Abstract

Floro costruisce il racconto delle sanguinose vicende legate alla conquista della libertas allo scopo di dimostrare che, fin dalla nascita della res publica, erano presenti i germi di quella ferocia che porterà i Romani ad inseguire il lusso e il potere ad ogni costo. Questa cupido dominandi sarà alla base di quella depravazione morale poi sfociata nelle guerre civili.


Florus builds the story of the bloody events linked to the conquest of libertas in order to show that, since the birth of the res publica, there were the seeds of that ferocity that will lead the Romans to chase luxury and power at all costs.
This cupido dominandi will be the basis of that moral depravity that will result in civil wars.

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