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Autore: Vincenzo Patricolo (a cura di)

I loci della lirica oraziana nel Commentum in Statii Thebaida di Lattanzio Placido: tre casi di tradizione indiretta

Abstract 

Nel Commentum in Statii Thebaida di Lattanzio Placido sono assai frequenti citazioni alla lettera dei grandi autori della classicità e, attraverso una analisi dettagliata degli scolii che le contengono, è stato possibile approfondire in che modo il nostro autore si sia servito delle sue auctoritates e le abbia riportate all’interno della sua opera, talvolta con grande precisione, altre volte modificando parole o intere espressioni. Nel presente contributo, avranno un’attenzione particolare tre loci oraziani – nel caso specifico si tratta di passi dell’Orazio lirico – inseriti all’interno di altrettanti scolii per completare la spiegazione dei relativi versi della Tebaide. L’aspetto che più sorprende e suscita curiosità è il fatto che nell’opera di Lattanzio sono presenti varianti decisamente insostenibili da un punto di vista ecdotico rispetto al testo tràdito del Venosino, ma molto interessanti per comprendere il modus operandi del commentatore nel momento in cui si serviva di citazioni di autori della classicità per finalità esegetiche. Da questa disamina emerge come egli poteva leggere un manoscritto di Orazio dove già erano penetrati quegli errori e citare i versi del poeta di Venosa così come gli erano pervenuti, oppure riferirli a memoria secondo un uso comune nelle scuole tardo antiche, e, per questo, sbagliare, o, ancora, manipolare volutamente il testo dell’antico poeta per adeguarlo al messaggio che intendeva veicolare nella spiegazione dei versi di Stazio.


In the Commentum in Statii Thebaida by Lactantius Placidus, literal quotations from the great authors of classical antiquity are particularly frequent. Through a detailed analysis of the scholia that contain these references, it has been possible to investigate how our author employed his auctoritates and incorporated them into his work, sometimes with great precision, at other times by altering individual words or entire expressions. This contribution focuses specifically on three Horatian loci – passages taken from Horace’s lyric poetry – each embedded within a scholion to clarify the corresponding verses of the Thebaid. What proves most surprising and intriguing is the presence in Lactantius’ work of textual variants that are clearly untenable from a critical standpoint when compared to the transmitted text of the poet. Nonetheless, these variants are highly revealing for understanding the commentator’s modus operandi when using classical citations for exegetical purposes. This examination illustrates how he could either read a manuscript of Horace where those errors had already penetrated and quote the verses of the poet of Venosa as they came to him, or he could refer to them from memory according to a common custom in late antique schools and, because of this, make mistakes, or, again, deliberately manipulate the ancient poet’s text to fit the message he intended to convey in his explanation of the verses of Statius.

 

 

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Contaminazioni inter-redazionali nella tradizione del commento di Servio a Virgilio: la classe α

Abstract 

In un articolo apparso sulla «RFIC» nel 1996, Ramires segnala l’esistenza di tre testimoni che preservano una versione del commento di Servio a Virgilio fino a quel momento ignota. Questi testimoni, ora conosciuti come la classe α, includono alcune centinaia di passaggi che dovevano mancare nell’archetipo serviano identificato da Murgia (Σ), ma trovano normalmente riscontro nel Seruius auctus. La questione dell’origine delle aggiunte risulta ancora aperta: esse sono state alternativamente qualificate da Ramires e da Murgia come derivate da un ramo della tradizione del Servio genuino indipendente da Σ e come derivate dalla tradizione del Seruius auctus. Questo contributo si propone di gettare nuova luce su tale questione, mostrando che gli argomenti addotti contro l’ipotesi di Murgia non risultano conclusivi e che essa è suffragata da argomenti più numerosi e cogenti di quanto lo stesso Murgia avesse rilevato.


In a 1996 «RFIC» article, Ramires called attention to three witnesses preserving a hitherto unknown version of Servius’ commentary on Vergil. These witnesses, now labelled as the α class, include a few hundreds of passages which could not be found in the Servian archetype identified by Murgia (Σ) but can normally be paralleled within the DS scholia. The question of the origin of these additions is still open: they have been alternatively qualified by Ramires and by Murgia as emanating from a branch of the tradition of the genuine Servius independent of Σ and as emanating from the tradition of the DS scholia. This paper aims to shed new light on the question at issue, showing that the arguments adduced against Murgia’s hypothesis are not decisive and that this hypothesis is corroborated by more numerous and cogent arguments than Murgia himself noticed.

 

 

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Introduzione (Mario De Nonno – Elisa Romano)

 La settima edizione del «Seminario nazionale per dottorandi e dottori di ricerca in studi latini», promossa e organizzata dalla Consulta Universitaria di Studi Latini (C.U.S.L.) secondo la consueta cadenza biennale, si è svolta – finalmente di nuovo in presenza – il 1° dicembre 2023. L’iniziativa, che costituisce un appuntamento ormai consolidato nel panorama nazionale degli studi di latino, ha suscitato nei giovani studiosi cui è rivolta un notevole interesse, testimoniato dal folto numero di proposte pervenute al Comitato scientifico del Seminario, costituito dalla “Commissione Università” della C.U.S.L., che dopo la fase di selezione si è fatta anche carico, come nelle precedenti edizioni, dell’impegnativo compito di revisionare in doppia lettura i testi presentati per gli atti. 

Anche in quest’edizione i contributi selezionati sono stati dodici, e li si è ripartiti in quattro sessioni, ciascuna coordinata da uno dei firmatari di quest’Introduzione o da un membro del Comitato Direttivo della Consulta, che ha anche svolto la funzione di avviare e stimolare, al termine di ogni sessione, la discussione, che ancora una volta è risultata particolarmente partecipata. Le dodici relazioni selezionate (su un numero di risposte alla call quasi triplo) sono state raggruppate – in un variegato panorama tematico – al mattino in una prima sessione (presieduta da Mario De Nonno), intitolata «Intorno a Virgilio» (relazioni di Nicolò Campodonico, Alberto Crotto e Vittorio Danovi), e in una seconda (presieduta da Elisa Romano), dedicata a «Forme brevi della poesia» (interventi di Irma Scaletti, Laura Giancola e Agnese D’Angelo); nel pomeriggio si sono poi svolte due ulteriori sessioni, dedicate l’una (sotto la presidenza di Alice Borgna) al tema «Esegesi e tradizione» (relatori Arianna Paltriccia, Giovanni Trovato e Rocco D. Vacca) e l’altra (presieduta da Maurizio M. Bianco) al tema «Trasmissione culturale e riuso» (qui hanno preso la parola Teresa Torcello, Giuseppe Iazzetta e Benedetta Scuteri). 

Il risultato – tanto più alla luce dei testi definitivi destinati alla pubblicazione in questi atti – conferma ancora una volta la ricchezza e la vivacità degli studi di letteratura e filologia latina nel nostro Paese; essi – ci sembra di poterlo dire con piena coscienza – restano all’avanguardia non solo nazionale per rigore di metodo e produttività di risultati. In una fase in cui si annunciano importanti interventi sulle linee guida e le direttive nazionali relative all’insegnamento delle discipline nella scuola secondaria di primo e secondo grado, la qualità e l’originalità della ricerca nel campo del latino appare pienamente in grado di offrire la più affidabile base per l’elaborazione di prospettive anche rinnovate di trasmissione del sapere, nonché di formazione di cittadini non abbandonati alle lusinghe della mercificazione della cultura e alla manipolazione dei confezionatori di fake news. 

La Biblioteca di ClassicoContemporaneo, che ha già accolto gli atti delle cinque precedenti edizioni dei Seminari, si conferma, per la sua natura e diffusione, come una sede ideale per incoraggiare alla ricerca i giovani studiosi. Il più fervido ringraziamento per la generosa ospitalità va dunque ai direttori Giusto Picone e Valeria Viparelli, nonché a Riccardo Maria Bonomo, che con puntuale attenzione ha curato la redazione del presente volume. 

Mario De Nonno – Elisa Romano

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Genere bucolico e problemi di datazione: il caso di M. Valerio

Abstract 

L’articolo propone, recuperando e ampliando le osservazioni di Justin Stover sul tema, un’applicazione del concetto di window reference alle Bucoliche di M. Valerio, collezione di ecloghe in esametri latini di controversa collocazione cronologica, ma la cui plausibile interazione con il modello greco degli Idilli di Teocrito, molto complessa e forse sostanziata anche da giochi interlinguistici, suggerirebbe il VI secolo d.C. come epoca di composizione, una datazione considerevolmente più alta rispetto a quella comunemente acquisita finora (XII secolo). L’ipotesi risulta ulteriormente confortata da evidenze sia esterne (postilla che assegna all’autore il titolo di consul), sia interne all’opera, perlopiù consistenti in rilievi stilistici e contenutistici che evidenziano la vicinanza del testo esaminato a una tecnica compositiva e ad un contesto storico-culturale tardoantico piuttosto che medievale.


This article builds on and expands Justin Stover’s observations by applying the concept of window reference to the Bucolica of M. Valerius, a collection of Latin hexameter eclogues with a controversial chronology. The work’s complex and possibly interlinguistic engagement with the Greek model of Theocritus’ Idylls suggests a date of composition in the 6th century CE—several centuries earlier than the traditionally accepted dating (12th century). This hypothesis is further supported by both external and internal evidence. Externally, a marginal note attributes the title of consul to the author. Internally, stylistic and thematic features point to a compositional technique and cultural context more consistent with Late Antiquity than with the medieval period.

 

 

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Omero e Virgilio: vite parallele

Abstract 

 Il confronto tra Omero e Virgilio, come massimi autori della letteratura greca e latina, si estese, già nell’antichità, alle tradizioni aneddotiche e biografiche che circolavano su di loro, spesso costruite su interpretazioni autobiografiche delle loro opere o su schemi narrativi ricorrenti. In questo articolo, intendo suggerire che la tradizione aneddotica su Omero influenzò, sotto vari aspetti, quella su Virgilio, riflettendo sul piano biografico le loro analogie letterarie. In primo luogo, molti aneddoti sono attestati sia per Omero sia per Virgilio: entrambi si dedicarono alla poesia fin da giovani, scrissero epigrammi contro maestri di scuola, composero opere giovanili scherzose, donarono testi ad amici che li divulgarono a proprio nome, viaggiarono per documentarsi e scrissero i propri epitafi. Il fatto che queste analogie siano costruite per fare di Virgilio il corrispettivo latino di Omero è comprovato dalla frequente menzione di quest’ultimo nelle Vitae Vergilianae. Per esempio, Foca enfatizza la competizione tra Omero e Virgilio, campioni delle due letterature, mentre la Vita di Svetonio-Donato rileva che Virgilio ebbe critici come lo stesso Omero, a dimostrazione della sua abilità emulativa. In conclusione, la narrazione della vita di Virgilio secondo schemi attestati già per Omero contribuisce a rafforzare il suo ruolo al vertice del canone letterario latino, in linea con la vocazione eminentemente storico-letteraria delle antiche biografie dei poeti. 


 The comparison between Homer and Virgil, as the foremost authors of Greek and Latin literature, extended already in antiquity to the anecdotal and biographical traditions circulating about them, which were often built on autobiographical interpretations of their works or recurring narrative patterns. In this article, I intend to suggest that the anecdotal tradition around Homer influenced, in various ways, that concerning Virgil, thereby reflecting on a biographical level their literary relationships. Firstly, many anecdotes are attested for both Homer and Virgil: both devoted themselves to poetry from an early age, composed epigrams targeting schoolteachers, wrote playful juvenile poems, gifted works to friends who published them under their own names, travelled for research purposes, and composed their own epitaphs. These parallelisms were constructed to present Virgil as the Latin counterpart to Homer, given the frequent mention of the latter in the Vitae Vergilianae. For instance, Phocas emphasizes the rivalry between Homer and Virgil, as champions of their respective literatures, and the Vita by Suetonius-Donatus notes that Virgil had critics just like Homer, as proof of his emulative skills. In conclusion, the narration of Virgil’s life according to patterns already attested for Homer contributes to reinforcing his role at the summit of the Latin literary canon, in keeping with the explicitly historical-literary orientation of ancient poets’ biographies. 

 

 

 

 

 

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Urbs vs castra: luoghi e ‘nonluoghi’ in Eneide IX

Abstract 

L’articolo prova ad applicare il concetto antropologico del ‘nonluogo’ quale concepito da Marc Augé all’interpretazione del paesaggio descritto nel libro IX dell’Eneide.

Nel corso della narrazione bellica che vede opporsi tra loro Rutuli e Troiani, si osserva, infatti, un’opposizione nell’uso di due vocaboli riferiti all’insediamento teucro nel Lazio: da un lato castra, associato alla percezione che di quel luogo hanno gli Italici, dall’altro urbs, termine con cui i Dardanidi indicano il proprio sito. Nelle intenzioni autoriali, tale binomio sembra circoscrivere due prospettive distinte: castra rimanda alla concezione di un presidio di passaggio, facilmente conquistabile perché privo di una guida capace di difenderlo, un vero e proprio ‘nonluogo’, mentre urbs rappresenta la volontà della comunità troiana di costituire, almeno dal punto di vista ideologico e quindi sul piano della significazione lessicale, un’entità spaziale duratura, in cui gli esuli possono finalmente raccogliersi per gettare le basi di un imperium sine fine.


 This paper draws inspiration from the anthropological concept of the ‘non-place’, as theorized by Marc Augé and it seeks to apply this concept to Aeneid IX. In fact, concerning the siege of the Trojans’ camp, Virgil uses two different words to refer to the Teucrian settlement: on one hand castra, almost always associated with the Italian perception of that place and on the other urbs, which is used by the Dardanians to refer to their own city. This pair of words thus seems to define two divergent perspectives: castra is linked to the idea of a hotspot easily conquerable, as it lacks a guide keen on defending it, while urbs represents the will of the Trojan community to establish a long-lasting Empire.

 

 

 

 

 

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Nihil ingeniosius, nihil eruditius, nihil iucundius: Catullo nella biblioteca di Piero Vettori

Abstract 

Questo contributo propone una prima ricostruzione degli studi catulliani di Piero Vettori (1499-1585). Il filologo fiorentino non pubblicò mai un’edizione o un commento a Catullo, ma materiali inediti della sua biblioteca testimoniano un’intensa attività critica sul Liber da parte di Vettori. Gli inediti (tre stampe postillate e due manoscritti miscellanei) sono stati confrontati con i capitoli dedicati a Catullo nelle Variae lectiones, la miscellanea filologica di Vettori, in cui sono racchiusi gli unici contributi pubblicati dall’umanista del suo lungo lavoro sul testo catulliano.


This study offers a critical reconstruction of Piero Vettori’s philological work on Catullus. The Florentine humanist never realized an edition or a commentary on Catullus’ poems, but some unpublished materials from his library attest his philological interest in the poet over several decades. These autograph sources (three printed editions with marginalia and two miscellaneous manuscripts) are analysed in comparison with the Catullan chapters of the Variae lectiones, Vettori’s philological miscellany and the only published record of his work on Catullus.

 

 

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Chi dice donna…

 Abstract 

In questo articolo si discute il recentissimo libro frutto del Convegno Internazionale Le tenebrose. Figure di femme fatale nel cinema e nei media europei fra mito e contemporaneità (dicembre 2022), il cui scopo si sostanziava nell’indagine su di una figura femminile che accompagna la storia del cinema dagli inizi fino ai giorni nostri. La donna tenebrosa, la femme fatale, colei che grazie al proprio fascino sapientemente dispiegato sa ammaliare e manipolare gli uomini per raggiungere i propri fini. In particolare, nel volume l’analisi è diretta a comprendere le varie rappresentazione di questa figura fornite dalle differenti culture sociali e cinematografiche europee. Il noir statunitense con le sue dark ladies ha, generalmente, catturato ogni attenzione della critica e sino a poco tempo fa le ricerche riservate alla loro controparte europea erano molto rare. Una tale ingiustificata assenza ha sollecitato ora due colleghe ad aprire un nuovo cantiere di studi e a impegnarsi, appunto, nell’esplorazione della configurazione europea e italiana di questo figure femminili definite tenebrose proprio per valorizzare l’autonomia e la specificità della tipologia qui indagata.

This article discusses the very recent book resulting from the International Conference Le tenebrose. Figure di femme fatale nel cinema e nei media europei fra mito e contemporaneità (December 2022), the aim of which was to investigate a female figure that accompanies the history of cinema from its beginnings to the present day. The «Tenebrosa», the femme fatale, she who thanks to her skilfully deployed charm knows how to bewitch and manipulate men to achieve her own ends. In particular, in this volume, the analysis is directed towards understanding the various representations of this figure provided by the different European social and film cultures. American noir with its dark ladies has, generally speaking, captured all critical attention and until recently, research devoted to their European counterpart was very rare. Such an unjustified absence has now prompted two colleagues to open up a new field of study and to engage in the exploration of the European and Italian configuration of these female figures defined as «Tenebrose» precisely in order to enhance the autonomy and specificity of the typology investigated here.

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Protezione dei perseguitati e dei deboli nella cultura occidentale – Introduzione

Protezione dei perseguitati e dei deboli nella cultura occidentale. Interrelazioni tra pratica storica e letteratura di modelli antico-pagani e cristiani.

Le ragioni del progetto

Garantire protezione ai perseguitati e ai deboli è una delle costanti della storia della convivenza umana: la tradizione letteraria ci ha riportato spesso le ragioni della richiesta di asilo, e talvolta anche gli atteggiamenti e le motivazioni di coloro che garantiscono (o rifiutano) questa protezione, e che tramite la loro scelta manifestano una posizione di potere: concedere (o negare) asilo è sia un “fatto” storico che un motivo letterario. Non solo cercare protezione, ma anche fornire protezione rimanda a un processo che è sia politico sia carico sul piano valoriale ed emotivo: si reagisce a una situazione di emergenza individuale o sociale, a una possibile ambivalenza tra minaccia, da parte di chi cerca protezione, ed espressione di pietà per lui (o in nome di un obbligo etico nei suoi confronti), mentre, attraverso la concessione o il rifiuto, il potere politico si manifesta.

Questi processi reali si riflettono nelle narrazioni sociali o letterarie, come nell’immaginario di un’epoca e di una comunità. E queste narrazioni a loro volta influenzano le decisioni politiche.

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Riflessi letterari dell’esilio come categoria dello spirito nella produzione dei profughi greci in Occidente dopo la caduta di Costantinopoli (1453): Rallo e Marullo

Abstract

Manilio Cabacio Rallo (Mistrà 1447-Roma 1523) in seguito alla caduta di Costantinopoli del 1453 affrontò giovanissimo la sorte dell’esilio. Trasferitosi in Italia, si stabilì a Roma facendosi apprezzare nella cerchia degli intellettuali ivi attivi ed ottenendo una posizione di indiscusso prestigio ed un cospicuo benessere economico. Divenne noto tra gli umanisti come raffinato poeta con una fortunata raccolta di carmi, che egli diede alle stampe poco prima della sua morte (Manilii Cabacii Rhalli Iuveniles ingenii lusus, Napoli 1520). Tra i motivi presenti nella sua poesia (l’amore, l’amicizia, l’invettiva, etc.) quello dell’esilio ritorna insistente in una forma che assurge quasi ad un livello archetipico, come espressione di una condizione disperata di esclusione non tanto dalla patria, quanto da sé stesso, e vissuta come impossibilità di attingere la felicità. Il saggio si propone di mettere in luce questo aspetto nella cornice di un raffinato riuso delle fonti classiche e di individuare anche i termini di un dialogo letterario sul tema dell’esilio, intrecciato con Michele Marullo Tarcaniota, anch’egli esule ed attivo in Italia come assai fine poeta in lingua latina.


Manilio Cabacio Rallo (Mistrà 1447-Rome 1523) faced the fate of exile at a very young age after the fall of Constantinople in 1453. Having moved to Italy, he settled in Rome, making himself appreciated in the circle of intellectuals active there and obtaining a position of undisputed prestige and considerable economic well-being. He became known among humanists as a refined poet with a successful collection of poems, which he published shortly before his death (Manilii Cabacii Rhalli Iuveniles ingenii lusus, Naples 1520). Among the motifs present in his poetry (love, friendship, invective, etc.) that of exile returns insistently in a form that almost rises to an archetypal level, as an expression of a desperate condition of exclusion not so much from the homeland, as well as from oneself, and experienced as the impossibility of achieving happiness. The essay aims to highlight this aspect in the framework of a refined reuse of classical sources and to also identify the terms of a literary dialogue on the theme of exile, intertwined with Michele Marullo Tarcaniota, also an exile and active in Italy as a very fine poet in Latin.

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